giovedì 16 gennaio 2014

Rivelazioni

RIVELAZIONI



Il maître percorre frettolosamente il corridoio e bussa alla porta dell’ufficio. Senza attendere la risposta apre la porta e fissa compassato l’uomo al di là della scrivania, urtato dall’intromissione.
«Signor Guidi, credo dovrebbe venire in sala.»
Il direttore chiude seccamente il telefono. «Che cosa succede di assurdo questa volta? Il ghiaccio è poco ghiacciato o le aragoste stanno scorrazzando per la sala pizzicando le chiappe di qualche vecchia mummia?»
«Peggio.»
«Cosa c’è di peggio di una povera aragosta che si ritrova davanti il sedere di una tardona?»
«C’è che si stanno prendendo a cazzotti. E se lei non viene immediatamente fra un po’ voleranno anche le sue dannate sedie in stile Luigi XVI.»
    
La sala ricevimenti La Corte del Re è gremita di varia umanità e non tutta decente. Abbiamo diverse emule di Sandokan (fusciacca in vita compresa), una che probabilmente si crede un pappagallo giamaicano e una che, invece, pensa di vivere in Inghilterra.
Non che vivere in Inghilterra sia un reato. Ma se vai ad un matrimonio con una specie di disco volante in testa che colpisce naso o fronte di chiunque tenti di parlarti, è comprensibile essere sconcertati.
Gli uomini, poi, non fanno testo: tutti chiusi in abiti tristanzuoli che vanno dal blu, al blu notte, dal nero al nero notte (se mai esista tale sfumatura giurerei che tutti i parenti di Paolo si siano messi d’accordo). Insomma, se non fosse per il mio abito color champagne, parrebbero una congrega di becchini a scrocco accompagnati da numerose fan di Moira Orfei.
Sto discretamente annoiandomi e quindi osservo con perfidia i Guelfi, come li chiamo io. Gente ipocrita, esageratamente cattolica e decisamente rompipalle.
I miei, invece, appartengono ai Ghibellini e l’Imperatore sono io, la mia tv satellitare, Desperate Housewives e un certo ateismo che alla mia cara suocera dà sui nervi.
Paolo è scomparso da qualche minuto. Il mio solerte e nuovo maritino si è immolato per la Patria (cioè io), andando tavolo per tavolo a sorbirsi le solite stronzate post primo cocktail alcolico da matrimonio. Probabilmente deve essere fuggito fuori per tentare di riprendersi dalle palpatine rattose di vecchiarde che gli dicono, lacrimose: «Tutta salute! Tutta salute!»
Personalmente non ho mai sopportato pizzicotti sulle guance, sotto il mento e pacche sul sedere da sedicenti pseudo parenti, acquisiti o meno che siano. E al tavolo dei “quasi morti” come ho perfidamente scritto sulla lista, c’è un vasto campionario di uomini e donne che hanno visto secoli (non anni) migliori. Tamburello sul tavolo con le mie unghie perfette e osservo disgustata uno zio di Paolo: sembra l’Uomo Pizza di “Balle Spaziali” e mangia a quattro palmenti. Mi scappa quasi uno sghignazzo poi, per darmi un contegno, centellino un sorso di vino bianco. Una specie di sbobba dal nome francese che ci è costato uno sproposito e che a me ricorda invece il vino in brick, quello del discount.
L’unica che manca all’appello è mia sorella Lucilla. Non è riuscita a venire da Amsterdam a causa di un impegno di lavoro. Però ci ha fatto un regalo fantastico: 15 giorni in Africa. Con la sua agenzia di viaggi ci ha confezionato un tour da sogno ed io non vedo l’ora di ritrovarmi in Kenia, con un Margarita in mano e niente parenti ubriaconi e orribili davanti.
A proposito di ubriaconi, a ore dodici (quindi proprio verso di me) sta zampettando Arturo, zio di circa mille anni e onta della mia famiglia. L’ho invitato per fare un dispetto a mia suocera.
Orbene, zio Arturo è un ubriacone conclamato ed è il più rissoso della mia famiglia, altrimenti tranquilla. Memorabili sono le sue battutacce agli altrui matrimoni. Mentre lo zio tenta di approdare al mio tavolo, già a cinque metri di distanza il fetore alcolico lo precede, stendendomi. Mi alzo precipitosamente e penso bene di battermela. Come alibi agguanto il cellulare e fuggo poco dignitosamente, devo dire, all’esterno della sala.
Al mio passaggio dispenso sorrisi (fintissimi) ai Guelfi, ricambiata da altrettanta ipocrisia.
Scampato il pericolo di un ballo con zio Arturo e mia immediata caduta per terra a causa di quest’ultimo, mi chiedo cosa fare.
Magari chiamerò Lu per ringraziarla del regalo strepitoso e le dirò che zio Costanzo ha un nuovo parrucchino. Così, veleggiando leggiadramente sulle mie fantastiche pianelle di raso, imbocco l’anticamera della sala, silenziosa e fresca.
E poi, ne ho le palle piene di baci bavosi e abbracci sudati di circa 150 persone. Ai matrimoni dovrebbe essere severamente vietato avvicinarsi alla sposa quando si gronda di sudore misto a soffritto di cipolle. Mentre sono indecisa se dirigermi verso il lussureggiante giardino esterno o stravaccarmi su una qualche poltrona dove non ci siano parenti vari in agguato, il fato decide altrimenti: Pipì e Pupù stanno rientrando dal giardino.
Non sono due cani, bensì damigelle d’onore impostemi da mia suocera. Damigiane, più che damigelle, vista la stazza che hanno. Avranno dei nomi, immagino, ma non riesco mai a ricordarmene. Le due bambinette, simili a maiali infiocchettati, attraversano di corsa l’ingresso e si fiondano verso la sala.
Se la mia paura era quella di essere vista da Pipì e Pupù, posso star tranquilla, in quanto quelle due termiti sono più interessate a spazzolare qualsiasi cosa sia commestibile, piuttosto che starmi fra i piedi.
Sto per lasciare il mio nascondiglio di fortuna (una gigantesca pianta in vaso), quando vedo aprirsi di nuovo la porta: altri parenti, questa volta miei, che escono per fumarsi una sigaretta. Ma cos’è, la stazione?! Non possono starsene seduti a ingurgitare quel dannato pranzo pantagruelico di 15 portate?! Sbuffando arretro silenziosamente e imbocco un corridoio a destra, che porta verso altre due sale piccole adibite al riposo momentaneo degli ospiti: una è un fumoir invernale, intimo e accogliente. L’altra non ricordo, forse un vomitorium visto quanto ci stiamo ingozzando. 
Quello che mi fa fermare vicino alla porta del fumoir è una voce. Maschile.
Ma quello non è Luca, il testimone di mio marito? Ah, è assieme a Paolo. Sto per allontanarmi discretamente, quando un gelo improvviso mi inchioda sul posto, costringendomi ad origliare.
Dopo alcuni minuti mi allontano velocemente e silenziosamente da quel corridoio. Uscita in giardino mi trovo un posto nascosto. Dopo essermi accertata che non ci sia nessuno nei paraggi, guardo il cellulare e mi chiedo se avrò il coraggio di riascoltare ciò che ho appena registrato.
Faccio un respiro profondo e cerco il file. Lo riascolto diverse volte, fin quasi a saperlo a memoria. Una strana nausea mi stringe lo stomaco.
Dopo diversi minuti di bestemmie degne del peggior scaricatore di porto e una serie di calci ben assestati ad un cespuglio, mi dico: “Pensa, Bea, rifletti”.
Cosa provo in questo istante? Sconcerto. Questo è poco ma sicuro. E rabbia. Come hanno potuto?, mi chiedo, stringendo i pugni.
E adesso che devo fare? Misuro a grandi passi il mio rifugio e mi accorgo che la soluzione è una e una sola.
Appena presa la decisione, una calma soprannaturale mi spinge a rientrare in sala, ad affrontare il mio destino. Ho un piano in mente.
Se devo andare a fondo io, ci andrà anche Paolo.
«Amore! Dove sei stata? Ti ho cercata dappertutto!»
«Ti ho preparato una sorpresa che ti piacerà moltissimo! Vedrai, vedrai…» faccio un sorriso a trentadue denti e dalla faccia che fa lo stronzo devo risultare convincente al punto da non destare alcun sospetto.
Appena ci sediamo mi immergo di nuovo nei miei pensieri. Come diavolo è che non ho capito niente?! Sto con lui da un milione di anni circa, lo conosco come le mie tasche! E invece, il giorno del mio dannatissimo matrimonio, scopro che le “tasche” in questione sono bucate, dato che mi è sfuggito un piccolo, grande particolare.
Un cameriere mi piazza davanti una magnifica aragosta adagiata su un letto di insalata. Lo stomaco fa una capriola ma poi mi dico: “Perché no? Mi godrò questo pranzo fino all’ultima maledetta fetta di torta!” e, stranamente, l’aragosta è buona. Anzi, divina.
Dopo poco mi scuso con Paolo e mi avvio verso il cameraman che sta riprendendo parenti sbrodolanti e gatte morte a caccia di mariti. Gli sussurro delle istruzioni e, accertatami che il ragazzo abbia capito, mi dirigo poi verso il dj. Gli mostro il telefono e, dopo poco, il file è stato riversato sul pc di quest’ultimo. Infilo le cuffie e ascolto per pochi istanti. L’audio è perfetto. Svolta questa parte del piano, torno a sedermi: ci sono dei deliziosi asparagi che stanno attendendo di essere gustati.
«Sei felice, amore?»
«Certo, Bea. Abbiamo coronato un sogno che ha fatto la felicità di tutti. Guarda mia madre com’è contenta! A proposito, sono curiosissimo di sapere che sorpresa mi hai fatto!»
«Porta pazienza, Paolo, tutto a suo tempo.» concludo enigmatica.
E intanto la giornata prosegue la sua folle corsa verso una catastrofe assicurata. Parlo, ballo, canto, rido, scherzo, mangio e bevo. Mi comporto come un’oca giuliva, ma intanto il mio cervello registra tutto. Ogni sospiro, occhiata, grattata, sussurro, risatina. Nulla mi sfugge.
Il mio bicchiere del vino è costantemente pieno, ma sono ore che bevo solo acqua: per quello che ho in mente, occorre che io sia estremamente lucida. Quando mi sento pronta per affrontare la fossa dei leoni, mi alzo e mi dirigo verso la pedana del dj. Con un cenno discreto chiamo anche il cameraman.
Afferro il microfono e, mentre il dj sfuma la musica, sorrido. È arrivato il momento delle rivelazioni:
«Oggi, cari amici e parenti, sarà un giorno memorabile per me e Paolo.»
Dal suo posto, Paolo sorride rilassato.
«Sarà davvero memorabile, amici, soprattutto per i miei suoceri, a cui brindo in maniera particolare.» e alzo con perfidia il calice verso di loro, che fanno lo stesso.
«Oggi, infatti, sono stati celebrati due matrimoni: uno d’amore e l’altro di ipocrisia.»
A quest’ultima parola molta gente aggrotta la fronte.
«D’amore perché io credevo che Paolo mi amasse. Di ipocrisia, perché, dopo otto anni assieme, scopro che non è mai stato così. Pertanto non intendo rimanere sposata per altri cinque minuti con un bugiardo. Potrete venire a ritirare i vostri regali fra 15 giorni, quando tornerò dal mio viaggio di nozze.»
Un gelo pesantissimo cala su tutti gli ospiti, mentre la gente si volta a fissare un Paolo incredulo e mortalmente pallido. Sussurri concitati percorrono la sala.
«Voglio condividere con voi quello che ho scoperto poche ore fa. Di cattivo gusto, come le persone che hanno architettato il tutto: i miei suoceri, Paolo e il carissimo amico Luca.» faccio un cenno al dj, allibito, il quale manda il file.
Luca: «… averlo fatto?E io, allora? Non conto niente per te?!»
Paolo: «Fra noi non cambia assolutamente nulla! Questo matrimonio è una farsa! Sai bene che non mi è mai fregato né di Bea, né di altre donne! Poi come potrei mai amare una con le caviglie grosse e che russa disgustosamente la notte? Tra l’altro a letto è deprimente!»
Luca: «Taci! Come puoi credere che io non soffra quando tu parli di quella tua orribile mogliettina etero?! Quella vecchia stronza di tua madre lo avrebbe accettato se tu solo ti fossi imposto anni fa!»
Paolo: «Non parlare così di mia madre! Te lo proibisco!»
Luca: «È colpa sua se siamo infelici! Quella vecchiaccia malefica mi odia!»
Paolo: «Sai benissimo che i miei sono vecchio stampo!»
Luca: «Certo! Sposarti con Beatrice è giusto! Tutto per l’apparenza, no? Poi nel tuo privato mammina ti permette di stare con me! Vecchia ipocrita…»
«Grazie, può bastare così.» faccio fermare il file, mentre in sala la gente è ancora stordita. Paolo ha una mano sugli occhi, mentre i miei mi guardano increduli, per poi fissare, a turno, i genitori di Paolo e, per ultimo, Luca.
«Io e le mie… caviglie grosse ci associamo cordialmente al pensiero di Luca nei confronti della mia ex suocera. Per quanto riguarda te, Paolo, anche tu a letto sei sempre stato una mezza sega, ora capisco il perché.»
Le mie parole sferzanti, seppur dette con pacatezza, colpiscono come una mazzata. Il silenzio cristallino viene rotto improvvisamente dallo zio Arturo che, allibito e inferocito, si alza e molla un cazzotto sulla bella faccia di Paolo. Da quel momento si aprono le danze, in senso metaforico. Mia madre afferra la mia ex suocera per capelli e la prende a schiaffi.
Dopo poco il parapiglia diviene generale. Con suprema indifferenza verso i sentimenti altrui, di cui non mi frega molto in questo istante, mi godo lo spettacolo della faccia offesa e sbigottita della mia ex suocera quando mia madre, incitata da zio Arturo, le getta in faccia un bicchiere di vino. Davvero impagabile.
Poi mi incammino verso la stanza messaci a disposizione. La farsa è finita, voglio levarmi di dosso un abito che è stato insudiciato dalle menzogne.
Sto soffrendo? Non precisamente. Ero troppo abituata alla presenza di Paolo, quindi non è che mi si stia dilaniando il cuore. Sotto sotto devo aver sempre saputo che Paolo fosse omosessuale. Non gli ho mai letto passione negli occhi, né quell’urgenza di fondersi con la mia pelle. Non so spiegarmi, ma sentivo che mancava qualcosa.
Cambiata di tutto punto, afferro il mio trolley e mi dirigo verso la sala per sparare l’ultima, perfida cartuccia.
Mmm, niente sangue o coltelli in vista, i camerieri sono stati solerti a far sparire le posate. Peccato. Una forchettata ben assestata sulla mano di mia suocera non mi sarebbe dispiaciuta, ma nella vita non si può avere tutto.
Noto con soddisfazione che Paolo ha un vistoso occhio nero, mentre Luca ha una mascella gonfia. La fidanzata di Luca viene tenuta a distanza, ma se uno sguardo avesse potuto uccidere, Luca sarebbe morto da tempo. La mia ex suocera ha i capelli sfatti e il trucco sbavato, mentre il costosissimo abito in seta è tutto bagnato e macchiato ad altezza seno. Sembra presa da un attacco di lattazione furiosa, tranne che dal suo seno stilla vino, anziché latte. Il padre di Paolo è seduto e si guarda affranto i piedi.
Hanno perso tutto in un attimo: faccia, privacy e sessualità filiale, sbandierata ai quattro venti senza alcuna pietà da quella che credevano essere una nuora perbene.
Sensi di colpa? Niente affatto. Mi hanno preso in giro per otto anni, cazzo. Non mi chiamo certo Madre Teresa di Calcutta io.
Il direttore della sala ricevimenti tenta di calmare gli animi, ancora esagitati. I miei genitori gli stanno parlando concitatamente.
Nessuno mi ha ancora notata, quindi la mia voce tranquilla è come uno sparo nel buio:
«Sarà risarcito di tutti i danni, non si preoccupi. Faccia una stima e gliela mandi. Così come la fattura relativa al pranzo. Quanti eravamo?» fingo di pensarci su, «Centocinquanta o vado errato?» e sorrido glaciale.
I miei ex suoceri, i quali sembrano sul punto di svenire o di avere un infarto, mi guardano quasi con disperazione.
Poi sorrido angelica al direttore: «Potrei avere la torta avanzata? Grazie, era buonissima.»
Tutti mi fissano come se fossi un marziano e a me viene quasi da ridere. Quando un cameriere mi porta il vassoio con la torta, mi volto verso il direttore:
«È stato tutto eccellente. Ora devo scappare, sa, fra meno di 24 ore mi aspetta il Kenia.»
Così, trolley alla mano, mi avvio verso l’uscita fra un’ala di parenti ammutoliti e che, scommetto, non dimenticheranno mai il mio matrimonio grottesco.
Non mi volto a fissare Paolo o la sua famiglia. La mia vendetta è completa.

L'amore nel carrello

L’AMORE NEL CARRELLO


Okay, sono pronto ad essere di nuovo un single trentenne.
No, non è vero, non sono pronto.
Cioè, dico, giro come un pirla per questo cazzo di centro commerciale sorridendo come un idiota e nessuna mi si fila. NESSUNA. Al più mi sogguardano e poi tirano dritto, velocemente. Ti credo, di sfuggita ho visto in uno specchio il mio sorriso: da psicopatico sfigato, con in più l’offerta dei calzini prendi tre e paghi due nel carrello. E sono pure di spugna. Orrendi, se guardati da un occhio femminile.
   Butto un occhio alla mia spesa: sottilette, würstel, senape, bitter, salatini per le feste, cotolette già pronte e da mettere in padella e un cartone di birra. Potrei camparci per anni con queste cose che Claudia giudicava schifezze.
   Lara tenta sempre di psicanalizzarmi, non riuscendoci mai del tutto. Io tento sempre di spiarle le tette, invece, l’unica cosa buona che Dio le abbia dato. Per il resto, sembra un Picasso e non nei suoi giorni migliori.
Lara è l’unica amica donna che ho. Sul serio. Si dice che noi uomini ci faremmo anche le piante e generalmente è vero. Ma con Lara non è così.
   Spesso ho la tentazione di chiederle se ha visto cosa ha fatto l’Inter, o che olio usa per la macchina. Vedete? Ci può essere davvero amicizia fra uomo e donna e io e Lara ne siamo la prova.
Nel frattempo, seguo i suoi consigli su dove e come rimorchiare. E giro per questo stupidissimo supermercato intanto che il mio carrello si riempie di cazzate.
   Mentre passeggio fra il sedano e le rape, evitando tutto ciò che è “verde e fresco”, un profumo stordente mi passa alle spalle. Lo sguardo fulmineo insegue due deliziose chiappe fasciate in un paio di pantaloni gialli. I miei occhi diventano come quelli di un Velociraptor famelico, come direbbe Lara. Solo per accorgermi, quando la meravigliosa creatura si volta, che è un cesso della peggior specie.
Ritiro le antenne ormonali e disintegro con gli occhi il sedano.
“Ecco!”, mi avrebbe detto Claudia, con livore. “Sei sempre il solito porco!”.
Claudia, per chi non lo sapesse, è la mia ex ragazza.
   E sì, sono un porco, lo ammetto. Come il restante dei 3 miliardi di maschi sulla faccia della Terra. Il rimanente 1,5 miliardi è composto da arpie invelenite e mollate per l’altro miliardo e mezzo di figone con cui le abbiamo tradite.
Lara mi contraddice con forza quando apro questo argomento. Ma è vero. Chiedi a tutti i maschi che vuoi: dopo un po’ la fidanzata si trasforma. Dapprima non ride più delle tue battute idiote. Poi ti guarda schifata quando ti viene un ruttino post birra (invece prima ridacchiava estasiata). In seguito comincia a commentare (con te presente), il tuo gusto nel vestire che, scopri, le fa schifo. Questo dopo un anno di fidanzamento.
Al secondo anno comincia a dartela una volta al mese. Se ti va bene. Non mette più i tacchi e i tanga, ma i mutandoni contenitivi. Si depila meno le gambe ed il suo umore è costantemente irritato con te. In una parola? Da amabile rompicoglioni, diventa solo una rompicoglioni. Che, tra l’altro, ti ricorda orrendamente sua madre.
Il che, ragazzi miei, non è piacevole se si pensa al sesso.
   È vero che non sono stato un gentleman con Claudia. Il tradimento è da vere carogne. Ma scusate, cosa ci possiamo fare se, vedendo un culetto polposo, la nostra mente comincia a immaginare scene da infarto?
Laddove voi donne siete liriche e poetiche, noi, dico a Lara, siamo dei primitivi. Dei trogloditi che ragionano per tre priorità: fame, cacca, sesso (non precisamente in quest’ordine, sia chiaro). E nanna. Giusto. Sono quattro.
   Manco sappiamo contare e voi credete che abbiamo dei pensieri profondi? Beh, ragazze, lasciate che ve lo dica: nel nostro cervello si scazzottano due neuroni soli che lottano per la supremazia. Chi dei due vinca non è dato sapere. Fatto sta che il tradimento ce lo portiamo dietro dalla prima eruzione cutanea chiamata “brufolo”. Da quando i nostri ormoni cominciano a ricordarci che il Ciclope Monocolo non serve solo per far pipì, ci rendiamo conto dell’enorme potere contenuto nelle nostre (e nelle vostre) mutande.
Ecco, più o meno, quello che avevo detto a Claudia, quando mi aveva miserabilmente scoperto ad avere una relazione con un’altra donna.
   Il vaffanculo di Claudia, pensai oziosamente, doveva essersi sentito fino al quartiere seguente.
   Non che non mi fossi meritato il suo benservito, sia chiaro. Sapevo di essere stato ignobile. Peli alle gambe o meno, Claudia era un brava ragazza. Ma ultimamente era diventata insopportabilmente soporifera, monotona. Il sesso, poi, chi se lo ricordava più. Insomma, non riuscivo a vedere più l’amore che mi aveva legato a lei.
   Certo, esistono modi più adulti per mollare una ragazza. Ma non vedevo come. Dirle che le sue lasagne mi facevano schifo non era il massimo. Ci voleva un motivo più serio. Non russava, non allentava bombe chimiche silenziose sotto le lenzuola, dunque cosa diavolo dirle?
   E poi era arrivata Giulia a darmi il motivo perfetto: gambe lunghe, due tette da urlo e un sedere da Oscar. Il piccolo particolare che vi ho omesso? Giulia era collega di Claudia e recente amica intima.
Ehi, ho pensato, quasi quasi divento anche io amico intimo di Giulia! Solo che, quando un uomo diventa amico intimo ci sono vestiti e mutande che volano per terra.
A dirla tutta poi, Giulia non era questo granché, sessualmente.
   “E ti sei perso Claudia per quella puttanella tutta gambe?”, mi aveva rinfacciato, incredula, Lara, al mio confessarle che Giulia a letto era una pippa.
Noi uomini siamo così: parliamo di tradimenti, diciamo che ci vorremmo fare questa o quella e, alla fine, non ci resta un cazzo, se non le nostre ignobili fanfaronate da mocciosi mal cresciuti.
Ai miei amici maschi ho dovuto dire di tre mirabolanti trombate, che figura ci avrei fatto, sennò?
Ecco, vedete?
   Questi siamo noi. Dei patetici imbecilli che si perdono delle quasi ottime fidanzate per un tradimento.
Ma, tradimento a parte, c’era una cosa che mi inquietava in Claudia. Ultimamente aveva cominciato a guardare le vetrine della Chicco. Che male c’è?, direte voi.
   Nulla di male, se questo non implica una richiesta dei vostri spermatozoi.
E da qui ho iniziato a decretare la fine della storia con Claudia.
   Intendiamoci: io non ho niente contro i bambini. Se poi sono figli degli altri li trovo estremamente carini, quasi simpatici.
Peccato che a me non interessi nulla di un moccioso col pannolino flatulento e sporco di cacca che balbetta il mio nome chiamandomi (orrore): “Papà!
   Ecco spiegato il mistero. Come diavolo le era mai potuto venire in mente che io, a trent’anni, volessi smettere di fare l’idiota beone per calarmi nei panni di papà tutto sbrodoloso e mossettine ridicole?
Dico, ma Claudia mi aveva visto bene??
   I tornei con la Play Station a Grand Theft Auto? Li organizzo io.
   Poker e birra fino alle 4 di mattina? Sempre io.
   Champions League con pizza, birra e rutto libero sul divano a casa mia? Ma che ve lo dico a fare…
In una parola: Il Perfetto Trentenne Che Non Vuole Impegnarsi.
   Sì, ma allora perché diavolo me ne sto qui a girare come un cretino alla ricerca di una nuova Claudia che mi sopporti? Perché, diciamocela tutta, anche io non è che sia la quintessenza della simpatia in certi istanti. E Claudia mi amava anche per questo. Peccato per quella storia dei figli, penso, mentre metto nel carrello della pasta.
   Stremato dal mio inutile girellare, mi dirigo verso la libreria.
La cosa buona che mi ha lasciato Claudia è proprio questa. Mi ha insegnato a leggere. Non che io non lo sappia fare. Ma la Gazzetta dello Sport generalmente non è intesa come “lettura” dal gentil sesso. Così, carrello alla mano, entro nella libreria e comincio a guardare i dorsi coloratissimi dei libri.
Se sono infelice?
   Non direi. Per quanto non vorrei, Claudia è già un ricordo sfocato. Sono stronzo, lo so. Ma ho capito, nell’istante stesso in cui mi perdevo nelle lunghe gambe di Giulia, che di Claudia non me ne importava più nulla da tempo ormai. Questo non giustifica la mia bastardaggine nei suoi confronti, ma noi uomini siamo stranamente semplici: dacci cibo e sesso e ci fai felici. Dacci rotture di coglioni e nottate solitarie e cominciamo a strepitare.
   A volte sento la mancanza dei suoi abbracci, ma poi mi torna in mente la sua voglia di un figlio con la mia stessa faccia da pirla e rabbrividisco.
Prendo un libro di Camilleri, lo sfoglio e annuso la carta, fresca di stampa.
«Ottima scelta, se posso permettermi!»
Mi volto e vedo una gnocca da paura, che mi sorride impacciata. Noto che ha un cartellino. Si chiama Luana.
«In effetti non me ne perdo uno!» E le faccio l’occhiolino.
   “Ecco il mandrillo in azione” direbbe Lara.
Lo so, faccio schifo. Adesso comincerò con le solite stronzate maschili, del tipo: come sei bella, ma è tanto che lavori qui e sei single?
   Certo che siamo veramente patetici per quanto suoniamo ripetitivi. Dovremmo dire qualcosa di diverso, ma a volte ho il sospetto che a voi donne piaccia sentirvi apostrofare con queste banalità.
«Anche io leggo Camilleri, sai? È uno dei miei preferiti, assieme a Luca Bianchini.»
   Chi cazzo è Bianchini? Fingerò di saperlo: la dea dell’amore mi sta dando corda, fossi scemo a dirle che sono ignorante e che non mi spingo oltre qualche altro di cui manco ricordo il nome di battesimo.
«Hai letto l’ultimo?»
   Sto per rispondere di sì quando mi viene un pensierino antipatico, che comincia con la parola “sincerità”.
E no, diamine. Frena, Luca, frena! Sei single, moderatamente arrapato, ma con le balle ti eri ripromesso di piantarla.
   Sbuffo, seccato, e la guardo negli occhi (e non sulle tette, come l’istinto suggerisce spasmodicamente):
«Non ho letto l’ultimo di Bianchini. Anzi, a dirtela tutta, non so manco chi sia.»
   Questo la spiazza e resta muta per un attimo. Poi mi sorride e mi dice di andare con lei.
Strano a dirsi, non penso al sesso o a guardarle il sedere. Penso alla figura di merda scampata e alla sua voglia di salvarmi dal baratro dell’ignoranza.
“Vuoi vedere che sto male?”, mi chiedo preoccupato. Se ci fosse Lara sghignazzerebbe e mi direbbe: “Idiota, stai crescendo!”.
   Beh ragazzi, se la maturità significa non aver voglia di saltare addosso a tutte le donne che vedo, è orribile.
Ci fermiamo vicino ad uno scaffale e mi passa due libri: «Ecco. Bianchini e la mitica Littizzetto. Con lei sono risate assicurate.»
«Lo so, la vedo sempre da Fazio.» Le dico stupidamente. Mi sembra di avere la lingua felpata, le ginocchia molli, il cuore in gola.
   Che cazzo succede, sant’iddio?!
Con Claudia non mi era mai accaduto! Che abbia bisogno di un medico?
«Mi chiamo Luca.» Le dico, senza senso.
«Io Luana.» E ride.
«Mi dai il tuo numero?»
«Stavi andando così bene e poi mi cadi nel banale? Facciamo un gioco, invece! Torna qui la settimana prossima, allo stesso orario, e ti permetterò di farmi una domanda a cui io risponderò. Una sola domanda per settimana, però! Ci stai?»
   Come dire di no a quel sorriso meraviglioso?

   «Ma si può sapere che hai oggi?»
Lara mi fissa infastidita, schioccandomi le dita sotto il naso.
Torno faticosamente in me. E sorrido come un cretino. Poi le racconto di Luana e del gioco.
«Che domanda dovrei farle, secondo te?» Le chiedo ansioso.
«E che ne so io?»
«Ma tu sei donna!»
«Embè? Mica tutte siamo uguali, babbeo!»
Lara sa essere confortante quanto un cactus infilato dove non batte il sole.
   Ho stilato, mentalmente, una lista di domande. Su tutte campeggia sempre la prima, ovvero: SEI SINGLE??? Chiariamoci: non me ne frega un fico secco se ama vestirsi di verde o fucsia, ma questa ragazza ha colpito talmente la mia fantasia che sta passando verso la seconda categoria, cioè quella delle probabili fidanzate. La prima, beh… la prima è quella dove si inseriscono quelle da una botta e via. Semplice, no?
   Giro col mio solito carrello nella libreria, cercandola con ansia, ma fingendo di avere tutto sotto controllo. Appena la vedo, il cervello mette in moto una serie di allarmi anti-fidanzamento, ma me ne frego allegramente.
   Quando mi vede un sorriso le illumina il volto. Il mio occhio, dopo una frazione di secondo, cala verso la sua maglia scollata: lì c’è minimo una terza abbondante che mi aspetta, porca miseria!
«Luca? Pronto? Terra chiama Luca!»
«Eh? Chi?» Mi impappino come un baccalà e divento rosso perché mi ha sgamato a perforarle la maglia.
«Eh, sì, ciao.»
«Che domanda vuoi farmi?» Mi sorride maliziosa, mentre io sto per strozzarmi.

   «E tu le hai chiesto se le piacerebbe pizza e cinema nella stessa serata? Certo che sei proprio un cazzone!» Lara mi guarda con disprezzo mentre beve il suo Spritz Aperol. «Fra tutte le domande più sensate, genio, ti ricordi che c’era quella fondamentale
«Lo so, Lara, lo so.»
«A che cazzo serve sapere se vorrà vedere un film con Johnny Depp se il suo fidanzato ti stende e ti manda all’ospedale con due costole incrinate?»
   Mi faccio piccolo piccolo e la guardo a disagio. In effetti, la prima domanda da fare era quella. Ma poi, chissà cosa diavolo m’è pigliato.
«La settimana prossima vedi di chiederle se è single. Altrimenti non mi chiamare!»

   Il tempo scorre. E le domande pure. Ho assodato che Luana è single. Oramai conosco tutti quelli che lavorano in questa stupida libreria, spreco mezzo stipendio di libri, a breve mi proporranno persino sindaco dato che alzo il prodotto interno lordo, eppure Luana è ancora restia ad uscire con me!
   Nell’ordine le ho chiesto: ti piace il mare, la montagna, le crociere, il formaggio, il calcio, i libri, la natura? Che cazzo le devo chiedere più prima di sembrare ancora più banale di così?! È ovvio che qualcosa di queste stronzate le piaccia! Ma devo arrivare alla pensione per uscirci assieme? Poi mi deprimo al pensiero del primo bacio con la lingua: altre otto domande? E una tastata di tette?  Non oso nemmeno immaginare. E per darmela? Mmm, mi sa che farei prima a farmi monaco trappista.
   Lara all’inizio mi dava consigli su come comportarmi, adesso è talmente seccata che, come faccio per aprire bocca, mi ringhia:
«Se mi parli ancora di quella giuro che ti mollo al bar e stacco il telefono! È diventata un’ossessione: Luana qua, Luana là! E dacci un  taglio, che palle!»
«Tu non ti sei mai innamorata sul serio, ecco perché non mi capisci!» Sbotto furioso.
«Certo che sì, imbecille! Solo che lui non mi si fila per niente!»
   Ho il vago sospetto di essere io quello che non se la fila. Ma ci passerò sopra. Lara è come un amico maschio, solo che ha le tette. E con gli amici è notorio che non si fa sesso. E poi sicuramente mi sbaglio, mi dico con una scrollata di spalle.
   Nel frattempo il gioco continua. Sembra che lei non ne abbia mai abbastanza. Io, invece, comincio a sentirmi girare le palle. E di brutto pure.

   Basta. Oggi le chiedo se vuole uscire con me. Appena la vedo, la afferro per un braccio e sorrido ai clienti a cui l’ho rapita:
«Scusate, io no palla italiano. Io bisognia aiuta bella gnocca. Arigatò!»
   Mentre Luana ride del mio improbabile giapponese, la piloto verso una corsia vuota. «Vuoi uscire con me, stasera?»
«Credevo non me lo avresti chiesto mai più.» Mi fa un occhiolino e sparisce.

   Il ristorante è un locale di quelli dove, solo per sederti su una sedia, devi venderti un rene e i camerieri sembrano tutti parenti della regina d’Inghilterra per come se la tirano. Ma Luana mi ha assicurato che si mangia benissimo.
   Sarà, ma io vedo degli enormi piatti con dentro delle porzioni microscopiche che ricordano tanto le palline di cacca delle pecore. Guardo dubbioso il menu, che ha nomi strani e incomprensibili e mi sento un attimo a disagio. Mi ci vorrebbe un traduttore simultaneo.
Ordino quello che mi sembra meno improbabile, oltre che meno ributtante e la serata inizia.
   Parliamo delle cose più assurde: della pubblicità di Rocco Siffredi, sulle patatine imbustate; della lotta estiva agli scarafaggi (ha un giardino); del naso grosso del tizio che è seduto al tavolo vicino al nostro; dei libri che legge e di cosa le sarebbe piaciuto fare se non avesse lavorato in una libreria.
Luana è vivace, allegra e muove spesso le mani, lunghe e bellissime.
Scommetto che se facessimo una figlia verrebbe come lei. Perlomeno io la vorrei come lei.
Appena finito il pensiero uno dei miei due neuroni si è suicidato per lo spavento: quello di Peter Pan, per la precisione. Ha vinto quello di Matusalemme per due a zero.

   Due anni dopo, al nostro matrimonio, Lara piange, ma non mi sembra felice. Solo allora capisco.
Ero davvero io l’idiota che non se la filava.
La stringo forte a me e le sussurro:
«Ti voglio bene, streghetta.»
   Crescere ti fa capire che, senza volerlo, a volte si è crudeli con qualcuno. L’ultima persona a cui avrei mai voluto far del male è proprio Lara, la mia meravigliosa amica. Una tristezza malinconica mi avvolge quando penso che è finita un’epoca.
   Adesso sono un uomo sposato. Uno di quelli che prendevo allegramente per il culo. Mi guardo la fede, al dito. Brilla come solo l’oro nuovo sa fare. È semplice, una francesina bombata che ha, all’interno, il nome della mia Luana e la data di oggi.
   Buffo come cambia la vita di un uomo: un attimo prima sei un pirla e credi che la gioventù e gli addominali scolpiti dureranno per sempre; l’attimo dopo ti ritrovi a firmare col tuo nome e cognome sul registro della chiesa e ad aver giurato fedeltà imperitura ad una donna.
Resti sempre un pirla, ma con la fede al dito.
   Mentre faccio questi pensieri, vedo il mio amico Guido, serio, timido e belloccio. Poi guardo Lara e mi dico: tutti e due single, in cerca di un amore vero e con nulla da perdere. Perché no? Mi volto verso Luana e le sussurro qualcosa. Il suo sguardo saetta dall’uno all’altra e poi sorride assentendo.
   Scambiare qualche invitato ai tavoli forse non porterà a nulla, ma Guido e Lara stanno parlando. Ogni tanto se la ridono. Chissà… Forse non accadrà un accidenti, però mi piace pensare che, magari, in un futuro non troppo lontano, Lara trovi qualcuno che non sia io.   
   E poi oggi ha un reggiseno fantastico che riempie il vestito in maniera invitante. Pare che anche Guido se ne sia accorto, dato che i suoi occhi stanno radiografando ogni due secondi il delizioso promontorio.
   Ecco. Siamo punto e a capo. Mi sa che anche da sposato rimarrò un guardone.

martedì 14 gennaio 2014

La vendetta veste Prada, di Lauren Weisberger, edito da Piemme

Vi ricordate de "Il Diavolo veste Prada"?
Scommetto che molti avranno visto il film, tralasciando il libro di Lauren Weisberger, da cui esso ha tratto spunto.
Allora bisogna fare un piccolo riassunto...




 Il diavolo veste Prada, di Lauren Weisberger 





















Edito da: Piemme   
genere: chick-lit
formato: cartaceo (brossura)
pagine: 413
costo: € 10,90
costo: € 6,99
Book Trailer: no
assaggio: no
film: sì

Locandina italiana Il diavolo veste Prada
Il Diavolo veste Prada, film




















La trama

Vestiti di lusso, feste esclusive, cascate di flash e fiumi di champagne. Chi rifiuterebbe un lavoro nel mondo dorato delle riviste di moda? A ventitré anni, con una laurea in lettere in tasca e in testa il sogno di diventare scrittrice, Andrea Sachs si presenta a un colloquio per un posto da assistente nella redazione di "Runaway". Nessuno osa dire di no a Miranda Priestley, la regina indiscussa del fashion system globale e Andrea non fa eccezione. Accantonati felpe, blue-jeans e ambizioni letterarie, si ritrova a completa disposizione della mitica, esigentissima Direttrice. Eccessi e protagonisti di un universo dal fascino indiscusso nel racconto romanzato delle esperienze dell'autrice al servizio di Anna Wintour, direttrice di Vogue America.

Impressioni

Andrea Sachs ha 23 anni ed è un'aliena. Sì, perché non sa chi sia Miranda Priestley, né cosa questa donna rappresenti nel dorato mondo della moda. Quando fa un colloquio come sua assistente personale, Andrea non immagina minimamente che la sua vita sarà completamente stravolta: non avrà più orari lavorativi normali, né una vita al di fuori di "Runaway", patinata rivista che la Priestley dirige con pugno di ferro e crudeltà.
Andy, dapprima divertita dall'affannarsi delle sue colleghe, poi vittima lei stessa degli umori dell'algida direttrice, pagherà caro il prezzo del far parte del grandioso entourage di chi la Moda la comanda.
Infatti Andy, fidanzata e con un gruppo affiatato di amici, perderà, pian piano, vari pezzi importanti della sua vita privata, poiché la Priestley, assolutamente indifferente a tutto ciò che la circonda (persone comprese), richiederà sempre maggior tempo e attenzioni da parte sua.
In un vortice di abiti, sfilate, pettegolezzi al vetriolo e colleghe vipere, Andy vedrà sgretolarsi, alla velocità della luce, tutto ciò che di buono aveva costruito, per ritrovarsi, infine, con un pugno di mosche in mano.
Anna Wintour, direttrice di Vogue
L'autrice ha tratto spunto dal suo anno lavorativo presso la patinata rivista "Vogue", gestita da un drago in gonnella: Anna Wintour.  
Ad una prima analisi più superficiale, il romanzo della Weisberger potrebbe apparire semplicemente come uno spaccato di invasati, dediti solo all'estetica dettata dalla Moda. In realtà è molto più di questo. L'autrice alza una cortina su un ambiente velenoso, dove chiunque, per scavalcare un collega, farebbe di tutto. La Moda, perno principale e fulcro di tutte le pulsioni, spinge i protagonisti a non avere amici, a non fidarsi di nessuno e a vivere solo per il lavoro, tralasciando ciò che davvero conta nella vita: gli affetti, quelli veri, che non giudicano e non voltano le spalle al minimo errore.

Perché acquistare questo libro? Per affacciarci su una delle redazioni di giornale più conosciuta del mondo (sebbene chiamata "Runaway").

Voto: 8 e mezzo




Adesso che abbiamo rispolverato i ricordi sulla perfida Miranda Priestley, alias Anna Wintour, torniamo a noi e a La vendetta veste Prada.
Abbiamo lasciato Andy che, dopo aver perso l'amore della sua vita (il fidanzato Alex), si ricostruisce, come può, una nuova vita.
Ritroviamo alcuni personaggi del primo libro, in verità quasi tutti, ma anche dei nuovi personaggi. Ecco qui la trama e tutto:



Edito da: Piemme
genere: chick-lit
formato: cartaceo (rilegato)
pagine: 447
costo: € 19,50
ebook: non ancora
costo: --
Book Trailer: no
assaggio: no
pagina Facebook La vendetta veste Prada: https://www.facebook.com/lavendettavesteprada





La trama

Sono passati quasi dieci anni da quando Andrea Sachs, Andy, si è licenziata dal lavoro per cui "milioni di ragazze ucciderebbero" come assistente di Miranda Priestly, direttrice di "Runway" e guru della moda internazionale. La sua vita è molto cambiata negli ultimi anni e di quel terribile periodo non le restano che qualche incubo notturno e l'incontrollabile terrore di partecipare a serate mondane in cui potrebbe incontrare lei, il Diavolo in persona. Tutto il resto, però, va a gonfie vele: la rivista di successo che ha fondato con Emily, l'antica rivale ora migliore amica e socia, e il matrimonio imminente con uno degli scapoli più ambiti della Grande Mela, Max Harrison, affascinante, romantico e soprattutto orgoglioso di avere accanto una donna indipendente e di successo. Nulla sembra poter rovinare un momento così perfetto. Ma Andy ha l'assoluta certezza che qualcosa stia per accadere, perché nessuno prima di lei aveva osato sfidare Miranda. La vendetta non si farà attendere ancora per molto.

Impressioni

Ancora una volta ci immergiamo, dunque, nelle atmosfere luccicanti di New York e ritroviamo Andy, alle prese con un nuovo lavoro e un nuovo fidanzato: Max Harrison, ricco imprenditore e uomo favoloso.
A dieci anni dal suo volontario licenziamento dalla redazione di "Runaway", Andy ha ancora gli incubi che vedono protagonista Miranda Priestley, sua ex direttrice e aguzzina. Ma adesso le cose sono cambiate: Andy ed Emily Charlton (ex collega e rivale a "Runaway") hanno fondato una rivista tutta loro, sui matrimoni della "gente che conta". Star del cinema, famosi musicisti e tutti coloro che appartengono al jet set americano finiscono, grazie alle capacità delle due donne, sulla loro rivista dedicata ai matrimoni: "The Plunge" (Il tuffo).
Improvvisamente, però, la vita di Andy assume dei contorni diversi: da fidanzata a moglie e da moglie a mamma, tutto nel volgersi di un anno.
Oltre questo, "The Plunge", al suo terzo anno di vita, va così bene da fare gola a qualcuno che, sia Andy che Emily, vorrebbero non rivedere mai più: Miranda Priestley.
La loro ex datrice di lavoro, infatti, le fa contattare ufficialmente perché la Elias-Clark, Casa Editrice che detiene anche "Runaway", sarebbe interessata ad acquisire la loro rivista.
E qui cominciano i guai. Perché Andy ha ben chiaro cosa significhi avere a che fare con quella strega, mentre Emily, abbagliata dalla cifra milionaria offerta loro, ritorna fastidiosamente in modalità "Runaway" non appena rivede Miranda.
In tutto questo Max, marito premuroso di Andy, preme affinché lei prenda "la decisione giusta", ovvero quella di vendere "The Plunge" alla Elias-Clark.
In una girandola di incontri volti a "conquistarla", Andy si ritroverà, ancora una volta, alle prese con la sua nemica giurata, senza sapere che il nemico è molto più vicino a lei e che ha il volto di qualcuno che conosce molto bene.
Cosa accadrà alla fine? "The Plunge" resterà fra le mani di Andy ed Emily? Oppure finirà fra le grinfie affamate di Miranda Priestley? 
In questo secondo capitolo, l'autrice affronta, ancora una volta, il mondo della Moda, ma in maniera molto più distaccata della precedente.
Qui i rapporti umani hanno precedenza sul lavoro, ma quando Miranda torna a sconvolgere l'equilibrio faticosamente creato, le cose cambieranno in maniera sottile.
Il finale è diverso da quello che immaginavo, ma mi è piaciuto ugualmente. Il libro è molto godibile e si legge velocemente.

Perché acquistare questo libro? Per ritrovare dei vecchi "amici" e scoprire che, alla fine, nessuno è come sembra.

Voto: 8 e mezzo