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giovedì 16 gennaio 2014

La casa delle bambole

    La casa delle bambole


La vecchia Chevrolet Camaro di un verde scolorito ansimava e arrancava lentamente su Charles Street, mentre dalla radio usciva la voce graffiante di Bruce Springsteen. Mitchell Harris prese a tamburellare a tempo di musica con le dita sul volante, sbuffando seccato per via del traffico.
   «Dài, dài.» Mormorò a bassa voce a nessuno in particolare.
   Cosa diavolo gli era pigliato quel giorno? Lui non faceva mai quella strada! Solo un idiota avrebbe allungato di quasi un chilometro per tornarsene a casa e, ciliegina sulla torta, aveva una voragine tale che avrebbe mangiato persino la gamba di un tavolo pur di ridurre al silenzio il suo stomaco!
   Si fissò meditabondo nello specchietto retrovisore e si ravviò i folti capelli ricci. Poi strabuzzò gli occhi nocciola chiaro e fece una smorfia.
   Doveva dormire un po’ di più, dannazione. Altrimenti sarebbe arrivato a trentacinque anni decrepito e con le zampe di gallina. Oppure, si disse meditabondo, avrebbe dovuto scroccare a Fiona qualche cremina di bellezza. Quelle poltiglie che metteva prima di andare a dormire le rendevano la pelle delicata come il sederino di Glenda quando era piccola.
  Al pensiero di Glenda un tenero sorriso si affacciò sulle sue labbra e dimenticò le rughe, la stanchezza e la stempiatura imminente.
   Ad un tratto la sua attenzione si focalizzò su un negozio alla sua destra. Incuriosito, si sporse verso il sedile del passeggero per guardare meglio ma, proprio in quell’istante, un raggio di sole colpì la vetrina, abbagliandolo.
   Alle sue spalle un clacson lo fece sobbalzare, così lasciò di scatto la frizione e accelerò. Con la vecchia Chevvy bisognava essere rudi, dato che il cambio decideva da solo se far inserire la marcia oppure no. Ci mancava solo il botto dal tubo di scappamento e sarebbe stato davvero come nei film, si disse Mitch con un risolino.    Fiona sapeva immancabilmente quando lui stava per rientrare: in effetti, il rombo di Arnold (tutti i catorci di Mitch erano stati battezzati), si sentiva lontano un miglio.
  Eppure, si disse con affetto, dando una manata sul volante consumato, Arnold ne aveva viste di tutti i colori assieme a lui…
  Con un sorriso nostalgico stampato sulla faccia, si voltò e si accorse di un ragazzino che lo fissava apertamente, fermo vicino al suo finestrino.
  Aveva il moccio al naso e si godeva un enorme lecca-lecca rosso e bianco a girandola. La sua faccia, a dir poco antipatica, era corredata di uno sgradevole naso a patata e di due occhietti porcini. In effetti, le sue fattezze ricordavano moltissimo quelle di un cinghiale.
  Mitch lo osservò infastidito, ma quello non batté ciglio.
Allora calò il finestrino:
«Ti serve qualcosa, ragazzino?» chiese gentilmente, seppur lievemente seccato per essere stato interrotto nei suoi ricordi.
Il cinghialotto scrollò le spalle e, leccando leccando, si voltò e si dileguò in una stradina laterale.
  Mitch scosse la testa perplesso e poi si rese conto, con stupore, di essere parcheggiato.
   Doveva piantarla di fantasticare alla guida. Non era la prima volta che gli succedeva, ma non rendersi addirittura conto di aver svoltato dalla via principale…
  Fece per riaccendere Arnold quando, fissando distrattamente lo specchietto retrovisore, vide qualcosa che gli accese lo sguardo.  
  «Non può essere…» si disse, dubbioso. Ma già la mano aveva girato automaticamente la chiave e i suoi piedi stavano poggiando sull’asfalto. Fu un attimo chiudere la portiera (ma tanto nessuno avrebbe avuto coraggio di fregarsi una vecchia Chevvy asmatica e scassata) e dirigersi verso la sua meta.
   Si fermò davanti alla vetrina e avvicinò le mani e gli occhi al vetro polveroso. Un sorriso lento gli si allargò sulla faccia. 
   Eccitato e rosso in viso aprì baldanzoso la porta, non prima di aver rimirato quella meraviglia in vetrina. Dio, era un amore!
   «C’è nessuno?» Chiese con voce esitante, nella speranza che i commessi non fossero a pranzo.
   Poi, dopo un’occhiata circolare si disse che probabilmente, per quanto faceva schifo quel luogo, era abbastanza improbabile che ci fosse un commesso.
   In effetti sembrava più una discarica che un negozio.
   La bottega era male illuminata, ma Mitchell notò, con una smorfia di disgusto, un terrificante insieme di ciarpame affastellato su scaffalature che dividevano in due corsie l’esiguo spazio, rendendolo ancora più cupo e claustrofobico.
   Non avendo ricevuto risposta alcuna, si addentrò cautamente in quella specie di labirinto, stando bene attento a non urtare nulla, dato che c’erano cose indefinibili che sporgevano e che facilmente avrebbero potuto impigliarsi nella sua giacca, con risultati catastrofici.
   Mitch si voltò indietro, come per accertarsi che l’oggetto in vetrina fosse ancora lì. Di nuovo sicuro, superò cataste di vecchi quadri ammonticchiati l’uno sull’altro, caffettiere sbeccate, bastoni da passeggio e bric-à-brac di incerta natura.  
   Arrivato al grande e vecchissimo bancone osservò la merce impilata su delle mensole: tutta robaccia di poco valore.
  Stava per infilare un dito in un cesto posto lateralmente sul bancone quando un movimento sulla sinistra lo fece trasalire: una tenda nera, che non aveva visto, si era scostata per lasciar passare un ometto. I due si fissarono incerti, poi l’altro si riprese e gli sorrise.
   «Mi scusi, non devo averla sentita entrare.» Disse con un morbido accento che lo faceva somigliare ad un vecchio lord inglese.
   Mitch ricambiò il sorriso: «Luogo affascinante. Mi spiegherebbe a cosa mai servono questi…ehm….cosi
   «In effetti, quei cosi non servono ad un bel niente, dato che è solo ferro vecchio.» Prese un pezzo contorto e arrugginito e, dopo averlo fissato con scetticismo, lo ributtò nella cesta, pulendosi le mani:
   «Da buttare, per la precisione.» Poi sorrise. «Ma non credo lei sia interessato a questa robaccia, dico bene?»
   «Effettivamente il mio sguardo si è posato su qualcosa che lei ha in vetrina e… la prego, non mi dica che è già venduta! Pagherei qualsiasi somma pur di averla!»   
   Gli occhi dell’uomo si raggrinzarono mentre il sorriso si faceva più ampio.
   «Credo di aver capito di cosa sta parlando. Vuole vederla?»
   «Se per lei non è troppo disturbo…»
  L’uomo inarcò un sopracciglio, un po’ stupito da tanto fervore, ma non replicò e, sollevato un lato del bancone, gli fece cenno di seguirlo.
  L’ometto era bassino e grassottello, mentre le sue mani erano curiosamente magre e lunghe. Gli occhialini rotondi e dalla montatura color oro, poi, gli fecero venire in mente quel personaggio di Dickens. Come si chiamava quella specie di ebreo cattivo in Oliver Twist? Mentre continuava a scervellarsi, l’uomo si fermò accanto alla vetrina.  
   «Questa, vero?» e indicò una imponente casa delle bambole inglese, in stile georgiano.
   «Esatto.»
   «Posso sapere per chi è?»
   «È per mia figlia Glenda.»
   «Bene, bene. Perché questa è una casa speciale, sa? Una casa davvero speciale.» Poi ridacchiò e si fregò le mani dalla contentezza. «Una casa speciale per una bimba speciale, eh?»
   Fagin!
   Ecco come si chiamava il ladro cattivo! L’ultimo ad interpretarlo al cinema era stato un attore inglese che lui amava moltissimo, ovvero…
   «Ben Kingsley!» disse, dandosi una manata sulla fronte. «Ma certo! Lei è la copia spiccicata di Ben Kingsley, gliel’hanno mai detto?»
   «Prego?» chiese educatamente l’altro, con una mano poggiata sul tetto della casa e l’altra a mezz’aria.
   Mitch, vedendo che la faccia del proprietario diventava sospettosa, scosse la testa e farfugliò: «Lasci stare.»
   Il negoziante si schiarì la voce e fece un sorriso titubante, guardandolo come se fosse diventato improvvisamente uno psicopatico pericoloso a cui non doveva assolutamente voltare le spalle, pena un coltello infilato nella schiena e una morte atroce e dolorosa. 
   «Vuole che le mostri l’interno?» scandì lentamente.
   «Certo.» rispose Mitch, abbagliandolo con un sorriso da Bravo Ragazzo Americano che avrebbe rassicurato persino Adolf Hitler e Ted Bundy.
   Fagin (perché oramai nella sua mente quello sarebbe stato il suo nome), scosse impercettibilmente la testa e voltò la casa verso Mitch, aprendola.
   «Ecco, vede? Ci sono quattro stanze: la cucina e il salotto al pianterreno, poi le scale e qui abbiamo il bagno e la camera da letto.» Aprì il sottotetto e lo fissò con un paio di bastoncini in legno. Mitch si chinò estasiato a fissare il letto matrimoniale corredato di poltroncina con pizzi e volants, la specchiera arzigogolata con dei ninnoli sopra e le applique color oro alle pareti.
   «Sono di plastica?» chiese, additandole.
   «No, no. Tutto rigorosamente in metallo. E si accendono pure!» Fagin si chinò dietro il retro della casa e inserì la spina nel muro, poi premette un tasto e le stanze si illuminarono di colpo.
   Mitch trattenne il fiato.
   «Guardi qui.» Sussurrò poi, eccitato, aprendo lo sportellino sotto la cucina in ghisa: «Legna per il fuoco! E qui» riprese aprendo lo sportello più grande, «c'è il pollo che cuoce in forno. La cena per i signori è servita!» terminò con una risatina gioiosa, battendo le mani. 
   Mitch si chinò ad osservare la cucina e la madia in legno all’interno della quale vi erano diversi piattini e tazzine minuscole. Le tendine erano di cotone a scacchi bianchi e blu come il pavimento. Il tavolo era marrone e vi erano quattro sedie con la paglia. Mitch ne prese una in mano e la osservò da vicino: la paglia era vera. La rimise delicatamente a posto e sorrise di tenerezza nel vedere una servetta seduta con in braccio un bambino a cui dava la pappa da una scodella posta sul tavolo.
   Sbirciò nel bagno e vide diversi flaconi e profumi posti su di un alto mobile marrone. Nella stanza vi erano due ragazzini: uno in piedi su uno sgabello, davanti al lavabo mentre si lavava i denti e si fissava allo specchio, e l’altro che era appena uscito dall’enorme vasca con i piedi a zampa di leone. Quest’ultimo aveva un asciugamano drappeggiato attorno ai fianchi. Mitch lo prese e ne osservò il viso: il ragazzino appariva corrucciato e scocciato. I lineamenti erano così veri che lui capovolse il giocattolo per vedere dove fosse stato costruito.
   «Sono tutti così realistici…»
   «Sono artigianali.» L’ometto glielo prese di mano e lo risistemò con delicatezza vicino alla vasca.
   «Le bambole le fornisce assieme alla casa o sono a parte?»
   «No, no. Tutto ciò che è qui dentro appartiene alla casa! E tutto ciò che non c’è fa parte del mondo reale.»
   Mitchell lo fissò aggrottando la fronte ma, non capendo il senso della frase scosse la testa e fissò il salotto, dove un capace divano rosso amaranto troneggiava innanzi ad un camino. Alle spalle del divano vi era un mobile massiccio a tutt’altezza. Le ante di vetro custodivano gelosamente moltissimi libri minuscoli.
   Un’angoliera al lato opposto invece, aveva le mensole piene di graziosi ninnoli in ceramica smaltata.
   La stanza terminava con un tavolo monumentale con quattro grandi poltrone rivestite con lo stesso velluto del divano. Sopra il tavolo vi erano quattro tazzine con piattini corredati, una teiera in metallo e un cestino microscopico con tartine all’interno.
   Anche qui, seduti per terra sul tappeto posto innanzi al camino, giocavano tre ragazzini. Due femminucce ed un maschietto, per la precisione.
   Le piccole avevano lunghi capelli acconciati a boccoli, con nastri in tinta sulle teste. La bambola bionda aveva l’abitino sul rosa cipria e le scarpine di vernice nere, mentre l’altra, che aveva dei folti e lucenti capelli color castagna, aveva l’abito azzurro polvere e le scarpine di raso in tinta. Dato che erano sedute a gambe larghe, ad entrambe si scorgevano i mutandoni di pizzo bianco al ginocchio.
   Il maschietto era un po’ discosto da loro e stava chino su un trenino minuscolo. Era anche lui abbigliato in maniera splendida: un completino di velluto nero al ginocchio, con camicia dallo jabot tutto pizzi fermato da uno spillone con la punta microscopica in onice.
   Mitch rabbrividì un attimo: le bambole erano così vere che non si sarebbe stupito se, da un momento all’altro, si fossero animate e avesse sentito le loro vocine rincorrersi per le scale.
   «Guardi la mansarda. Qui, un tempo, ci viveva la servitù. Doveva essere terribilmente scomodo andare a sbattere tutte le sante mattine contro un dannato tetto spiovente, non trova? Come può vedere, anche le loro stanzette erano arredate. Certo, non avevano la magnificenza delle camere padronali ma cosa se ne sarebbero mai potuti fare di quadri e argenterie? Noti questo scendiletto ai piedi del misero giaciglio: riprende fedelmente quello dei padroni di casa.
   «Chissà se il camino faceva fumo… scommetto che, per aver inserito anche un braciere, le loro stanze dovevano essere delle vere ghiacciaie in inverno.» Fagin spostò distrattamente il braciere più vicino al letto.
   «E quello cos’è?» Mitch additò un oggettino minuscolo posato su un comodino nella camera da letto padronale.
   «Oh, quella! È sicuramente il pezzo che più amo in questa bellissima casa!» Rispose eccitato, prendendola delicatamente fra le mani.
   «C’è una tale maestria… e l’uso dei colori è così perfetto che mi commuove ogni volta che la osservo!» Fagin afferrò una lente d’ingrandimento posta in bilico su un mare di cianfrusaglie alle sue spalle e gliela porse.
   Con reverente amore gli pose sul palmo aperto l’oggettino e Mitch si chinò ad osservare, poi sollevò di scatto la testa, allibito.
   «Che mi venga un colpo! Una miniatura con tanto di ritratto dentro!»
   Fagin ridacchiò deliziato e batté le mani.
   «Santo cielo, il pittore sarà impazzito per dipingerla Come minimo sarà diventato cieco!»
   «Si dice che l’artista abbia ritratto la donna per la quale la casa venne commissionata. Peccato che non si sappia il nome di nessuno dei due.» terminò Fagin con un sospiro. 
   La donna era bellissima: viso a cuore, occhi azzurri e capelli corvini tirati su in uno chignon raffinato. Addosso aveva un abito rosso accollato, da cui però si intuiva un seno generoso. Alle sue spalle si notava, posta su di un mobile antico, la casa delle bambole.
   Mitch sollevò la testa e fissò la casa, poi tornò a guardare la miniatura, mentre un sorriso meravigliato gli si allargava sulla faccia. Riprese a fissare la miniatura e, con la testa ancora china, disse: «Questa donna, però, non era felice. Magari nascondeva dei segreti, eh?»
L’ometto lo fissò senza proferire parola.
  «La prendo. Se è in vendita, ovviamente.» E restituì la miniatura.
   «Ovviamente.» Replicò l’altro, riposizionando con tenerezza il dipinto e chiudendo delicatamente le ante.
   «Bene, perché io sono avvocato e non avrei mai ceduto, capisce?»
   «Capisco, eccome. Mi segua allora.»
   Giunto al bancone, il proprietario posò con riguardo la casa georgiana sul ripiano e passò dall’altro lato.
   A Mitch non era nemmeno venuto in mente di chiedere quanto costasse. E se non avesse avuto i soldi necessari? Oddio, ma che gli era preso? Non poteva controllare nel portafogli senza fare la figura dell’imbecille.
   Un trillo interruppe i suoi pensieri. Fagin gli sventolò trionfante uno scontrino sotto il naso. 
   «Solo dieci dollari?» replicò Mitch, a bocca aperta.
   Fagin sorrise sornione: «Avrebbe voluto pagarla di più?»
   Mitch, rosso in viso e continuando a farfugliare stupidaggini, cacciò il portafogli e si accorse di avere giusto i dieci dollari richiesti.
   «Non ho quegli aggeggi per le carte di credito, troppo moderni, troppo impersonali… A me piace pensare ancora ad uno scambio dove lei dà qualcosa a me e io a lei, non trova?»
   «Ah, ehm… sì, certo.»
   Ma Fagin si accorse che il giovane cincischiava lo scontrino e non vedeva l’ora di prendere possesso dell’agognata casa. Così uscì da dietro il bancone e con un sospiro disse: «Le aprirò la porta. Mi segua.»
   Mitch afferrò la casa, più pesante del previsto, e prese a seguire Fagin verso l’uscita.
   «Anime meravigliose i bambini, non crede? Li preferisco agli adulti. A proposito, sua figlia… quanti anni ha?»
   «Glenda ha sei anni. Ed è bellissima, oltre che bravissima a scuola.» Rispose Mitch, con una nota di orgoglio nella voce.
   Fagin gli aprì cortesemente la porta: «Non lo metto in dubbio. Credo che Glenda si divertirà moltissimo con questa casa.» E lo salutò con garbo. «Torni quando vuole. Se ha bisogno di altro, adesso sa dove trovarmi.»
   Appena la porta si fu richiusa alle sue spalle, a Mitch venne in mente una domanda che avrebbe voluto porre a Fagin: perché non vi erano bambole adulte?
   Quando ebbe parcheggiato nel vialetto della loro villetta a schiera Mitch, le chiavi di casa fra i denti e un’espressione buffa e scanzonata sul viso, si affacciò alla finestra della cucina. Scosse la testa e le chiavi tintinnarono allegramente.
   Fiona, sobbalzando di spavento nel vederlo, scoppiò poi a ridere e corse alla porta d’ingresso.
   Sua moglie, alta e flessuosa e dai capelli lunghi e rossi, gli tolse le chiavi di bocca e lo baciò ardentemente. Poi lo osservò con occhi maliziosi.
   «Se questo è l’antipasto, non oso immaginare quando arriveremo al dolce.» Mitch inarcò le sopracciglia alla Groucho Marx e Fiona rise di nuovo.
   «Se farai il bravo avrai il dolce, altrimenti nemmeno la ciliegina.» Poi si accorse di ciò che il marito aveva fra le braccia e corrugò la fronte. 
   «Cos’è quello
   «Questa?» Mitch sorrise e si avviò alla camera di Glenda. «Un regalo per la piccola. È un’autentica casa georgiana, o così mi ha detto Fagin.»
   «Fagin? Chi è Fagin?» replicò Fiona, seguendolo. «Mitch, aspetta un attimo! Non vorrai che quel ricettacolo per topi stia nella stessa stanza dove nostra figlia dorme?» Fiona lo guardò scettica.
   «Credo proprio sia antica. Non hai idea delle meraviglie che ci sono dentro!»
   La porta si aprì e comparve il visetto lentigginoso di Glenda: capelli rossi come quelli della mamma, ma ricci come quelli di Mitch. Gli occhi, di un bellissimo verde foglia, erano un regalo dei nonni irlandesi di Fiona. Da grande sarebbe diventata una vera bellezza, poco ma sicuro.
   «Papino, sei tornato!» strillò la piccola, abbarbicandosi alle sue gambe.
   Mitch per poco non cadde per terra. Sorrise con amore alla figlia e le disse di scostarsi per farlo almeno passare.
   Fiona incrociò le braccia al petto e scosse la testa, poi fece un passo avanti ma, sentendo un odore strano, si ricordò dell’arrosto messo nel forno. Avvisandoli di lasciar perdere quella casa, che tanto non se ne scappava mica, corse in cucina a controllare che nulla fosse bruciato.
  
   «Glenda, tesoro, finisci la colazione. Lo scuolabus sarà qui a momenti.»
   Fiona accarezzò la testolina rosso fiamma della figlia e si accostò alla finestra per vedere l’arrivo del pulmino giallo.
   La piccola sbadigliò e si stropicciò gli occhi. «Ho tanto sonno, mammina.»
   «Anche io, alla tua età, facevo fatica a svegliarmi.» Nella sua voce si intuiva un sorriso.
   «Davvero?»
   «Già. A proposito, quasi dimenticavo!» Si voltò di scatto e prese l’involto con i sandwich. Lo infilò velocemente nello zainetto della figlia e la osservò con amore.         Glenda aveva il visetto pallido e due occhiaie violacee.
   Fiona scosse la testa e la redarguì severa: «Stasera cerchiamo di andare a dormire presto, eh, signorinella?»
   Glenda si alzò dal tavolo, stiracchiandosi. «Ma mamma! Io vado sempre a dormire presto. Mary e Annabelle invece…»
   «Non ricominciamo, Glenda. Lo sai che non puoi andare a letto tardi. Vedi la mattina cosa succede, poi?» ma la tiritera di Fiona venne interrotta da un vivace colpo di clacson. «Forza, piccola. Eddy è già qui!» La aiutò ad indossare il giubbino verde chiaro e le diede un bacio. Glenda si avviò alla porta che ancora mugugnava.
   Appena il pulmino fu ripartito, Fiona si accinse a rassettare la casa.
   Entrata nella camera di Glenda, vide che la casa delle bambole era aperta e con tutti i mobili spostati. Due bamboline giacevano a faccia in giù sul pavimento.
   Si chinò sulla casa e raccolse le due bambole, osservandole. Nessuna delle due aveva una faccia felice, anzi, l’esatto contrario. Fiona si chiese se la persona che le aveva dipinte fosse infelice o che, perché aveva trasmesso un umore funereo ai giocattoli.
   Accosciata sui talloni studiò le stanze con un’aria di disgusto. Cosa ci trovavano di così speciale Mitch e Glenda in quella catapecchia?
   I mobiletti erano usurati e qualcuno persino scheggiato. Le pareti, una volta rivestite di tappezzerie damascate, avevano delle macchie di muffa asciugata e vicino agli zoccolini erano vistosamente mangiucchiate dalle tarme. Il divanetto nel salotto aveva il rivestimento consunto e strappato. E poi, c’era qualcosa in quella casa…
   Non sapeva spiegarselo, ma avvertiva come una sensazione. Era come se la casa la tenesse in antipatia. Sì.
   Appena ebbe formulato il pensiero, Fiona scoppiò a ridere e si rialzò: «Certo che di tutte le stronzate che pensi, questa le batte tutte!» richiuse le ante della casa e si accinse a rifare il letto della figlia. 
  
   «Pop-corn! Pop-corn per tutti!» strillò Fiona. Subito Mitch si infilò a razzo nella cucina e abbracciò la moglie, improvvisando un valzer e facendola ridere.
   «Questo non ti darà diritto a più pop-corn.»
   «Ah no?»
   «No.»
   «Allora mi vedrò costretto a rubarli sotto il tuo naso col favore delle tenebre! A proposito, dov’è Glenda?»
   Fiona fece una smorfia: «Indovina un po’?»
   «Mmm… okay, vado a chiamarla io.» E sparì nel corridoio.
   Fiona sentì le voci del marito e della figlia mentre si avvicinavano al salotto.
   «… ma certo che sì, però adesso è ora di cena. Papino ha preso un bellissimo dvd di cartoni animati e…»
   «Cosa? Cosa hai preso papino?» Fiona sorrise nel sentire i saltelli deliziati della figlia.
   Erano dieci giorni che Glenda giocava sempre con quella dannata casa. Lei le aveva provate tutte per staccarla da lì, ma sembrava che la bambina ne fosse letteralmente innamorata.
   Rientrando in salotto con una zuppiera piena di pop-corn trovò le luci già spente. Come al cinema, aveva strillato Glenda, battendo le manine. Si posizionò in mezzo a loro sul divano e tre mani voraci si infilarono in quel mare di profumato mais bianco.
   Mentre il cartoon andava, Fiona osservò di sottecchi sia Mitch che la figlia. E il cuore le fece un balzo nel petto: Glenda aveva un’aria davvero malsana, smunta.
   Stasera, si disse, preoccupata. Appena messa a letto la piccola, avrebbe fatto una chiacchierata con Mitch.

   «Mitch, dobbiamo parlare.»
   «Mmm?»
   Erano entrambi stravaccati sul divano, con una tazza di tè bollente fra le mani. Le volute di fumo salivano pigramente verso il soffitto e lui le osservava quasi ipnotizzato.
   «Sono preoccupata per Glenda.»
   Mitch si voltò verso Fiona, la fronte aggrottata: «C’è qualche problema con la scuola?»
   «Peggio.»
   «Allora cosa?»
   «La casa.»
   «Quale casa?» le chiese, disorientato.
   «Quella casa che le hai regalato. La casa delle bambole.»
   Mitch sbuffò. «E dài, Fiona, ancora con questa storia. Te l’ho già detto: presto se ne stancherà e…»
   «Sono dieci giorni che Glenda non si stacca da quella… quella cosa. Tu non ci sei il pomeriggio, ma io sì. E ti assicuro che è sempre piantata lì. Non gioca nemmeno più con le sue amiche del cuore. Mi hanno telefonato le madri di Mary e Annabelle chiedendomi se ci fosse stato qualche problema e…»
   «E?»
   «Ma niente!» esplose Fiona, innervosita, piazzando di botto la tazza sul tavolino. «Finisce di fare i compiti ed è lì. Finisce di pranzare ed è lì. Finisce di cenare ed è sempre ! La mattina ha più sonno del normale, ha due occhiaie spaventose e sembra malata. Non lo trovi un po’ troppo?»
   «Tesoro» Mitch posò con delicatezza la tazza accanto a quella della moglie e la prese fra le braccia, accarezzandole i capelli, «da bambina anche tu hai avuto una casa delle bambole, ti ricordi?»
   «Sì, ma…»
   «E tu stessa mi dicesti che ci giocasti fin quasi a distruggerla.»
   «Sì, però…»
   «Lascia che faccia i giochi che vuole. Ma ti prometto che domani le dirò due paroline, va bene?»
   Fiona sembrò voler ribattere qualcos’altro, ma tacque e assentì.

   Per qualche giorno, Glenda sembrò tornare la bambina solare che era sempre stata prima di ricevere quel regalo. Le occhiaie si attenuarono e Fiona, fra biscotti e latte al cioccolato, si rinfrancò nel sentire le risatine di sua figlia che giocava con le amichette.
   Ma, passati quattro giorni, Glenda si “re-innamorò” della casa e il silenzio tornò a regnare sovrano nella sua stanza.
   Un lunedì, mentre la sua bambina era a scuola e Mitch in tribunale per una causa, Fiona si piazzò davanti a quel rudere e lo osservò con freddezza.
   La casa appariva sempre più malconcia e rovinata. Il pensiero le balenò in un attimo: se ne sarebbe sbarazzata. Quella cosa la ripugnava, ma lo faceva per il bene di sua figlia.
   Si chinò e la afferrò dai lati. Accidenti se era pesante!
   La casa le sfuggì di mano e ricadde sul parquet, con un tintinnio minaccioso di mobiletti e bamboline. Ma non si sarebbe data per vinta.
   Tornò, munita di uno straccio, glielo fece passare sotto e la spinse verso il garage.
   Qui giunta si guardò attorno ma, come già sapeva, non avevano una carriola. Detergendosi distrattamente il sudore dalla fronte, si disse che avrebbe chiesto ai vicini.
   Doveva assolutamente liberarsi di quell’obbrobrio. E ci sarebbe riuscita, al diavolo il peso!
   Stava giusto avviandosi verso la casa di uno dei loro vicini, quando sentì squillare il telefono in cucina. Indecisa fra l’andare a rispondere o meno, fece un sospiro e rientrò velocemente in casa.
   Quella sera, Mitch trovò un biglietto in cui Fiona gli aveva lasciato le istruzioni per riscaldare il polpettone nel microonde, dato che era dovuta correre in ospedale. La madre aveva avuto un malore ed era stata ricoverata.  
   Il giorno seguente, andando a svegliare la piccola per la scuola, le si inaridì la bocca: la casa era di nuovo lì. Anzi, sembrava che nessuno l’avesse mai mossa dal suo posto.          
   Attese che lo scuolabus chiudesse le porte, poi rientrò in casa e telefonò al marito.
   «Mitchell, non è affatto divertente!»
   «Di che parli?»
   «Ieri avevo messo quella orrenda casa in garage e oggi la ritrovo nella stanza di Glenda!»
   «E quindi?»
   «Mitchell Harris non fare lo stupido! Dimmi solo perché l’hai rimessa nella sua camera!»
   «Stai scherzando? Io non sono proprio andato in quello stupido garage!»
   «Oh, certo! Quindi sono stati i fantasmi, eh?»
   «Tesoro, capisco che sei preoccupata per tua madre e…»
   «Mitch, non mi piace essere presa in giro! Ti avverto che oggi quella casa la faccio a pezzi! Vedrai se non lo faccio!»
   «Fiona…» il resto della conversazione si perse in un brusio fastidioso e lei fu costretta a chiudere.
   Furibonda e con passo battagliero si diresse verso la camera della figlia ma, fatti pochi passi, il telefono prese a squillare con prepotenza. Credendo fosse di nuovo il marito, corse in cucina:
   «No, Mitch, non ci pro… Ah, scusi… Credevo fosse mio marito. Cosa? Sì, sì, vengo subito!»
   La madre aveva avuto un improvviso peggioramento e stava per essere operata d’urgenza al cuore.
   Fiona ebbe solo il tempo di prendere le chiavi della macchina e di correre verso l’ospedale.

   Quella notte, la madre di Fiona morì per un’infezione post operatoria.

   Ma quella notte accadde anche qualcos’altro.
   Mentre Glenda dormiva, delle vocine incalzanti presero a sussurrare il suo nome. La chiamarono con tale e tanta insistenza che la piccola si svegliò. Stropicciandosi gli occhi si mise a sedere sul letto.
   «A quest’ora la mamma non vuole che si giochi assieme, lo sapete.» sussurrò con uno sbadiglio.
   Ma le vocine continuavano a chiamarla, ad insistere, ad ammaliarla.
   «Oh, va bene! Ma giocheremo giusto un pochetto… ho tanto sonno…» Glenda scese dal letto, infilò le pantofoline di Tigro e si accosciò vicino alla casa, aprendone le ante.
   Se qualcuno si fosse avvicinato alla finestra e ci avesse sbirciato dentro, avrebbe visto una bambina seduta per terra, davanti ad una casa delle bambole illuminata.
   E fin qui tutto bene.
   Tranne che per la spina. Che giaceva, vistosa e inerte, ad un metro di distanza dalla presa nel muro.
   Ad una terza occhiata, più approfondita, questa persona sarebbe impallidita di orrore nel vedere che le bambole erano bambini veri.
   Glenda era diventata amica di Sarah, la bambola dai capelli castani. Anche Valerie, quella bionda, non era antipatica, però spesso scoppiava in lacrime e Sarah le sibilava di smetterla. Quando accadeva questo, una delle due cameriere, Jane o Maggie, arrivava e se la portava di sopra. Lì le pettinavano i capelli, o le facevano un bel bagno caldo, o se la prendevano sulle ginocchia raccontandole delle magnifiche storie di castelli lontani e principesse, di maghi cattivi e draghi…
   Tutto questo per farla distrarre.
   A volte Glenda percepiva qualcosa tipo: “Casa”, o “Mamma”. Ma Sarah scuoteva la testa e le chiedeva di giocare e di lasciar perdere quella piagnucolona di Valerie.
   Come quella notte.
   «Ma stanotte non posso fare tardi tardi, Sarah.» bisbigliò Glenda fissando il grande orologio alla parete. La bambola, per tutta risposta, le sussurrò una domanda e Glenda sorrise di felicità e batté le manine:
   «Oh, sì! Sì. Saremo amiche per sempre!» 
  
Il giorno seguente Fiona, distrutta dalla stanchezza e annichilita dal dolore, rientrò a casa. L’alba colorava di rosa i tetti e i mobili della cucina.
   Mitch, stravolto come lei, le preparò in silenzio una tazza di caffè.
   «Glenda?» chiese lei con voce sepolcrale.
   «Dorme ancora.» mormorò lui di rimando.
   «Dovremmo dirglielo?»
   Mitch si stropicciò gli occhi e fissò una macchia di caffè sul tavolo. «Non lo so, Fiona. È così piccola…»
   Gli occhi della moglie si riempirono di lacrime: «Oddio, è così ingiusto, Mitch. La mamma stava bene. Non aveva mai avuto problemi, era giovane, era… era…» scoppiò in accorati singhiozzi e il marito le fu accanto in un attimo. Fiona si aggrappò a lui e pianse un fiume di lacrime. Sembrava non volersi fermare più.
   Inframmezzava frasi in cui Mitch capiva poco: il padre inebetito, la sepoltura che sarebbe toccata a lei, non avendo altri fratelli, l’assurdità di quella morte e non ce la faceva. Non ce la faceva a pensare alla bara, ai fiori e anche quegli stupidi biglietti. E come si chiamava il prete della chiesa dei suoi?
   Mitch le sussurrava dolci parole di conforto, dicendole che non era sola, che aveva lui e che sarebbe andato tutto bene.
   Fiona era sconvolta, aveva gli occhi pesti e stralunati. Non si reggeva in piedi. Il carico emozionale era davvero troppo, in quel momento, per poter ragionare normalmente. Così Mitch la prese in braccio, come faceva spesso con Glenda, e la portò a letto. La moglie non oppose resistenza, ancora scossa dai singhiozzi. Si lasciò spogliare e mettere sotto le coperte.
   «Ci penso io, dormi.» Le sussurrò accarezzandole i capelli. Fiona chiuse lentamente gli occhi, il respiro ancora irregolare, e si addormentò.
   Mitch chiuse la porta con delicatezza e si diresse in cucina. Aveva delle telefonate da fare per organizzare il funerale.

   Qualche ora dopo, non sentendo provenire nessun rumore dalle camere da letto, decise di affacciarsi a vedere come stessero Fiona e Glenda.
   Fiona dormiva un sonno inquieto, spesso si girava e si lamentava. Al marito si strinse il cuore per il dolore. Le si avvicinò e le carezzò i capelli, nella speranza che quel gesto penetrasse nella sua coscienza e la rasserenasse almeno un poco.
   La moglie, dagli inferi in cui era scesa, parve percepire il gesto e il respiro si fece meno agitato.
   Mitch sospirò affranto e uscì silenziosamente per dirigersi verso la stanza della figlia. Onestamente non gli era nemmeno passato per la testa di svegliarla per mandarla a scuola. Era successo tutto così in fretta che solo ora si chiedeva cosa avrebbero dovuto dirle realmente.
   Glenda era molto affezionata alla nonna e la morte, a sei anni, non è un argomento facile da spiegare. Le avrebbe detto le solite fesserie che dicevano tutti gli adulti?
   La nonna è in cielo, a cantare col coro degli angeli.
   Mitch ristette con la mano sulla maniglia, pensieroso. Beh, dannazione, qualcosa doveva inventarsi.  
   Con un sospiro aprì la porta e chiamò dolcemente: «Glenda? Sveglia, principessa.»
   Si avvicinò al letto, nella stanza buia, e si sedette con leggerezza. Allungò la mano là dove sapeva che avrebbe trovato il calore del corpicino della figlia, ma lo accolse solo il materasso freddo.
   Mitch aggrottò la fronte e tastò più in là: nulla. Si alzò e, sempre al buio, si diresse verso il bagno personale della figlia.
   «Tesoro, sei lì?»
   Non ricevendo risposta aprì piano e infilò la testa per controllare, ma di Glenda nemmeno l’ombra. Richiuse con calma e si diresse verso la cucina. Forse era già sveglia, scalza come al solito e con i piedini penzoloni sullo sgabello da bar che le piaceva tanto.
   A quel pensiero sorrise e aprì la porta, ma il sorriso gli morì sulle labbra quando vide che anche la cucina era deserta.
   Con la fronte aggrottata si diresse verso il salotto, ma anche lì non c’era traccia della piccola.
   Ma dove diavolo si era cacciata?
   Si avviò verso il suo studio: probabile che fosse lì a pasticciare con i colori e a incasinarle il computer. Ma quello non era giorno di sgridate. Con una nonna morta tutto il resto assumeva un aspetto inconsistente.
   Spalancò la porta ma, a meno che Glenda non fosse diventata invisibile, era palese che lì non ci fosse nessuno.
   Poi gli venne un pensiero e si diede una manata sulla fronte: ma certo!
   Tornò di nuovo verso la propria camera da letto e aprì la porta, ascoltando. Gli parve di percepire un solo respiro ma, al buio, vide una piccola sagoma accanto alla moglie e sospirò tranquillizzandosi.
   Nonostante questo, si avvicinò silenziosamente per accertarsene e tastò il piumone, prima con calma, poi sempre più agitato. Fiona aveva preso il suo cuscino, per chissà quale motivo, e lo aveva stretto a sé.
   Poi lo aveva lasciato sotto la coperta e questo lo aveva tratto in inganno, facendogli credere che Glenda dormisse accanto alla mamma.
   Mitch, la bocca inaridita, si diresse verso il loro bagno privato.
   Vuoto.
   «Non è possibile.» sussurrò ad occhi sbarrati.
   Dal buio sentì la voce arrochita e impastata di Fiona: «Cosa?»
   Mitch sobbalzò e si avvicinò al letto, con voce tremante disse: «Glenda è scomparsa.»
   «Cosa stai dicendo, Mitch?»
   «Glenda è scomparsa! Non c’è! Ho visto dappertutto!» urlò.
   Fiona sussultò e accese la luce dell’abat-jour sul comodino. Gli occhi stravolti e la faccia impallidita, gettò al largo le coperte e si alzò di scatto.
   «Magari si è nascosta nell’armadio. Glenda!»
Dopo aver ispezionato da cima a fondo tutte le stanze, Fiona si buttò affranta sul divano. Scossa da un tremito convulso, aveva le mani nei capelli e la testa china verso il tappeto. Di scatto la sollevò e con occhi febbrili disse a Mitch:
   «I vicini!»
   Mitch, come colpito da una scarica di corrente elettrica, si alzò in sincrono con lei e, correndo, si diressero alla porta.
   Si divisero e cominciarono a bussare ai vicini. Furono tutti estremamente gentili ma, purtroppo, nessuno di loro pareva averla vista.
   Rientrata a casa, Fiona chiamò le madri di Annabelle e Mary. Chiamò la maestra, la scuola, la chiesa, la piscina.
   «Niente! Niente! Niente!» strillò stravolta, sbattendo giù il ricevitore. «Cosa fai? Chi chiami?»
   «La polizia.» Rispose Mitch, afferrando il telefono, scuro in volto e con le mani che tremavano vistosamente. Sbagliò il numero due volte e alla terza vi riuscì.
   Fiona, in preda all’ansia, andava alla finestra della cucina, poi tornava a sedersi, per poi rialzarsi a vedere da quella del salotto.
   Mezz’ora dopo si presentarono due agenti e presero a fare domande e a scrivere le risposte su un taccuino.
   Quando seppero che Fiona aveva appena perso la madre, i due le chiesero se la bambina avesse per caso ascoltato la loro conversazione e, sconvolta, fosse scappata per andare dal nonno.
   Ma appurarono che Glenda non era nemmeno lì.
   I due agenti, entrambi uomini di mezza età e padri di famiglia, osservarono scrupolosamente la camera della bambina, ma lì nulla lasciava pensare a storie di degrado o di maltrattamenti. Si guardarono in faccia e si dissero che, probabilmente, la piccola era uscita da sola per una sorta di infantile capriccio. Alla parola ospedale, Fiona scoppiò in lacrime.
   Nessuno dei due aveva pensato che la piccola potesse essere uscita di casa e investita. Era un’ipotesi spaventosa.
   Uno degli agenti fece diverse telefonate, infine chiesero loro una foto di Glenda per farne dei manifesti da affiggere nel quartiere e se ne andarono promettendo loro di farsi vivi qualora avessero trovato la piccola.
  
   Un mese dopo la scomparsa della loro adorata bambina, Mitch, non sopportando più la vista della casa delle bambole, decise di sbarazzarsene.
   All’insaputa di Fiona la prese, la mise in macchina e la depositò nel cassonetto più lontano da casa loro.

   Andy frenò di botto, non credendo ai propri occhi. Lungo Charles Street non vi era traffico a quell’ora ed ebbe pure la fortuna di trovare un parcheggio proprio davanti al negozio.
   Solo al pensiero della faccia felice che avrebbe fatto Aireen, un lento sorriso gli si affacciò sulle labbra. Andy tolse le chiavi dal pick up scassato e arrugginito e aprì lo sportello per scendere.

   Una fornace ruggiva allegramente nel retrobottega. L’uomo seduto innanzi al fuoco cuciva quietamente un minuscolo abito di seta verde. Un sorriso soddisfatto aleggiava sulle sue labbra pallide.
   Ad un certo punto nel fuoco ci fu uno scoppiettio più violento. Un rumore come di zuffa. L’uomo sollevò un attimo gli occhi e sussurrò:
   «Finitela. Adesso.»
   Subito il fuoco azzurrato si calmò e delle facce dannate e brutali apparvero al suo interno.
   Non era un fuoco normale. A ben guardare, vi apparivano delle facce bestiali che azzannavano, arti che sgomitavano, mani che afferravano l’aria, piedi che calciavano.
   Era davvero inquietante, ma all’uomo placido seduto lì sembrava non fare alcun effetto.
   Egli, infatti, prese delle forbicine e tagliò il filo. Aveva finito di cucire l’abitino.
   «Ecco, piccola mia. Il verde è un colore che ti dona moltissimo.»
   Dopo aver vestito la bambola dai capelli rossi e ricci e gli occhi verdi, si avvicinò alla vetrina.
   Un brusio concitato, tipo vespe chiuse in un barattolo, accolse il suo arrivo. Egli aprì un’anta della casa e vi posizionò la nuova arrivata. Poi la richiuse con delicatezza, ma i sussurri non cessarono, anzi, se ne aggiunse uno nuovo: uno strillo lacerante misto a singhiozzi convulsi.
   L’uomo strinse le labbra e aggrottò la fronte. Dopodiché si chinò verso la finestra della camera da letto e bisbigliò dolcemente:
   «Silenzio.»
   All’istante tutti gli squittii terminarono e un senso di terrorizzante quiete scese sulla casa.
   L’uomo si avviò al bancone, non prima di aver notato il brusco arrestarsi di un pick up sul marciapiede. Sorridendo gioiosamente, si rintanò nel retrobottega, dove fece sparire con calma la seta verde con cui aveva confezionato il vestito. Per ultimo, scoccando un’occhiata fredda e imperiosa, ridusse al lumicino la fornace e sedette di nuovo, incrociando le mani sul ventre piatto, attendendo.

   «C’è nessuno?» chiese titubante Andy. Ma un’altra occhiata alla casa gli fece prendere il coraggio a quattro mani ed entrò nel negozio.
   Dopo un po’, un uomo alto, magro e con i capelli nerissimi, gli si fece incontro. Quando sorrise Andy vide le grinze deformargli la faccia e sobbalzò.
   «Ma sa che lei mi ricorda moltissimo mio nonno?»
   L’uomo sorrise di nuovo, in maniera gioviale, e gli chiese con gentilezza cosa volesse.
   Andy si voltò di scatto, indicando la casa delle bambole.
   «È proprio sicuro?» gli chiese l’uomo, non muovendosi dal corridoio angusto pieno di robaccia.
   «Sì, sì. Appena l’ho vista me ne sono innamorato. La mia Aireen sarà felicissima!»
   «Vuole che gliela mostri?»
   «Sarebbe fantastico!»
   «Allora mi segua. A proposito, chi è Aireen?»
   «La mia bambina.»
   «Oh, che uomo fortunato. E quanti anni ha?»
   «Sette.»
   L’uomo sorrise brevemente e riprese: «Anime meravigliose, i bambini, non trova?»
   «Assolutamente.» replicò Andy.
   Quando i due furono davanti alla casa delle bambole l’uomo magro aprì le ante e accese le luci.
   Andy, rapito da ciò che vedeva, sorrise estasiato.
   «Posso prendere una di queste bellissime bambole?»
   «Prego. Solo faccia attenzione, sono molto delicate. La mia preferita è questa.» E prese in mano la piccola Sarah.
   Ma Andy era affascinato dalla bambola dai capelli fiammanti e gli occhi verdi. La prese in mano e ne studiò il visetto malinconico.
   L’uomo fece una smorfia di disappunto e tentò di mettergli sotto il naso di nuovo Sarah.
   «Chissà come mai questa bellissima bambolina è stata dipinta con la faccia triste.» si chiese Andy, meditabondo.
   Il vestito era di bella fattura e le scarpe pure. Ma, nonostante pizzi, trine e merletti, Andy era indeciso.
   Si voltò verso il proprietario e disse: «Sa, non vorrei che Aireen si rattristasse, capisce?» e riposizionò la bambola con delicatezza nel salotto.
   L’altro strinse con forza la piccola Sarah fra le dita, ma poi fece un sorriso mellifluo:
   «Giusto. In effetti, sono spiacente di dirle che questa bellissima casa delle bambole l’ho già promessa ad un’altra persona.» Mise Sarah accanto all’altra bambola e chiuse le ante.
   «Oh, beh… se dovesse averne un’altra, con bambole più allegre…»
   «Le farò sapere, sì.»
   «Allora arrivederci.»
   L’uomo lo accompagnò cortesemente alla porta, stampandosi un sorriso gentile sulle labbra e attese di veder svanire dietro l’angolo il pick up prima di voltarsi e raggiungere con calma la casa, da cui si era levato di nuovo un brusio addolorato.
   Aprì l’anta del salotto e afferrò con delicatezza la bambola vestita di seta verde, che si contorceva nella morsa di ferro. Avvicinò le labbra al suo orecchio e le sussurrò amabilmente:
   «La prossima volta che non sorriderai ti getterò nella fornace, Glenda.»
   La bambola rimase pietrificata. L’uomo la rimise a posto e chiudendo le ante sorrise, attendendo il prossimo acquirente. 
In fondo, a chi non piacerebbe avere una casa delle bambole? 

  
   
    



          

  

Rivelazioni

RIVELAZIONI



Il maître percorre frettolosamente il corridoio e bussa alla porta dell’ufficio. Senza attendere la risposta apre la porta e fissa compassato l’uomo al di là della scrivania, urtato dall’intromissione.
«Signor Guidi, credo dovrebbe venire in sala.»
Il direttore chiude seccamente il telefono. «Che cosa succede di assurdo questa volta? Il ghiaccio è poco ghiacciato o le aragoste stanno scorrazzando per la sala pizzicando le chiappe di qualche vecchia mummia?»
«Peggio.»
«Cosa c’è di peggio di una povera aragosta che si ritrova davanti il sedere di una tardona?»
«C’è che si stanno prendendo a cazzotti. E se lei non viene immediatamente fra un po’ voleranno anche le sue dannate sedie in stile Luigi XVI.»
    
La sala ricevimenti La Corte del Re è gremita di varia umanità e non tutta decente. Abbiamo diverse emule di Sandokan (fusciacca in vita compresa), una che probabilmente si crede un pappagallo giamaicano e una che, invece, pensa di vivere in Inghilterra.
Non che vivere in Inghilterra sia un reato. Ma se vai ad un matrimonio con una specie di disco volante in testa che colpisce naso o fronte di chiunque tenti di parlarti, è comprensibile essere sconcertati.
Gli uomini, poi, non fanno testo: tutti chiusi in abiti tristanzuoli che vanno dal blu, al blu notte, dal nero al nero notte (se mai esista tale sfumatura giurerei che tutti i parenti di Paolo si siano messi d’accordo). Insomma, se non fosse per il mio abito color champagne, parrebbero una congrega di becchini a scrocco accompagnati da numerose fan di Moira Orfei.
Sto discretamente annoiandomi e quindi osservo con perfidia i Guelfi, come li chiamo io. Gente ipocrita, esageratamente cattolica e decisamente rompipalle.
I miei, invece, appartengono ai Ghibellini e l’Imperatore sono io, la mia tv satellitare, Desperate Housewives e un certo ateismo che alla mia cara suocera dà sui nervi.
Paolo è scomparso da qualche minuto. Il mio solerte e nuovo maritino si è immolato per la Patria (cioè io), andando tavolo per tavolo a sorbirsi le solite stronzate post primo cocktail alcolico da matrimonio. Probabilmente deve essere fuggito fuori per tentare di riprendersi dalle palpatine rattose di vecchiarde che gli dicono, lacrimose: «Tutta salute! Tutta salute!»
Personalmente non ho mai sopportato pizzicotti sulle guance, sotto il mento e pacche sul sedere da sedicenti pseudo parenti, acquisiti o meno che siano. E al tavolo dei “quasi morti” come ho perfidamente scritto sulla lista, c’è un vasto campionario di uomini e donne che hanno visto secoli (non anni) migliori. Tamburello sul tavolo con le mie unghie perfette e osservo disgustata uno zio di Paolo: sembra l’Uomo Pizza di “Balle Spaziali” e mangia a quattro palmenti. Mi scappa quasi uno sghignazzo poi, per darmi un contegno, centellino un sorso di vino bianco. Una specie di sbobba dal nome francese che ci è costato uno sproposito e che a me ricorda invece il vino in brick, quello del discount.
L’unica che manca all’appello è mia sorella Lucilla. Non è riuscita a venire da Amsterdam a causa di un impegno di lavoro. Però ci ha fatto un regalo fantastico: 15 giorni in Africa. Con la sua agenzia di viaggi ci ha confezionato un tour da sogno ed io non vedo l’ora di ritrovarmi in Kenia, con un Margarita in mano e niente parenti ubriaconi e orribili davanti.
A proposito di ubriaconi, a ore dodici (quindi proprio verso di me) sta zampettando Arturo, zio di circa mille anni e onta della mia famiglia. L’ho invitato per fare un dispetto a mia suocera.
Orbene, zio Arturo è un ubriacone conclamato ed è il più rissoso della mia famiglia, altrimenti tranquilla. Memorabili sono le sue battutacce agli altrui matrimoni. Mentre lo zio tenta di approdare al mio tavolo, già a cinque metri di distanza il fetore alcolico lo precede, stendendomi. Mi alzo precipitosamente e penso bene di battermela. Come alibi agguanto il cellulare e fuggo poco dignitosamente, devo dire, all’esterno della sala.
Al mio passaggio dispenso sorrisi (fintissimi) ai Guelfi, ricambiata da altrettanta ipocrisia.
Scampato il pericolo di un ballo con zio Arturo e mia immediata caduta per terra a causa di quest’ultimo, mi chiedo cosa fare.
Magari chiamerò Lu per ringraziarla del regalo strepitoso e le dirò che zio Costanzo ha un nuovo parrucchino. Così, veleggiando leggiadramente sulle mie fantastiche pianelle di raso, imbocco l’anticamera della sala, silenziosa e fresca.
E poi, ne ho le palle piene di baci bavosi e abbracci sudati di circa 150 persone. Ai matrimoni dovrebbe essere severamente vietato avvicinarsi alla sposa quando si gronda di sudore misto a soffritto di cipolle. Mentre sono indecisa se dirigermi verso il lussureggiante giardino esterno o stravaccarmi su una qualche poltrona dove non ci siano parenti vari in agguato, il fato decide altrimenti: Pipì e Pupù stanno rientrando dal giardino.
Non sono due cani, bensì damigelle d’onore impostemi da mia suocera. Damigiane, più che damigelle, vista la stazza che hanno. Avranno dei nomi, immagino, ma non riesco mai a ricordarmene. Le due bambinette, simili a maiali infiocchettati, attraversano di corsa l’ingresso e si fiondano verso la sala.
Se la mia paura era quella di essere vista da Pipì e Pupù, posso star tranquilla, in quanto quelle due termiti sono più interessate a spazzolare qualsiasi cosa sia commestibile, piuttosto che starmi fra i piedi.
Sto per lasciare il mio nascondiglio di fortuna (una gigantesca pianta in vaso), quando vedo aprirsi di nuovo la porta: altri parenti, questa volta miei, che escono per fumarsi una sigaretta. Ma cos’è, la stazione?! Non possono starsene seduti a ingurgitare quel dannato pranzo pantagruelico di 15 portate?! Sbuffando arretro silenziosamente e imbocco un corridoio a destra, che porta verso altre due sale piccole adibite al riposo momentaneo degli ospiti: una è un fumoir invernale, intimo e accogliente. L’altra non ricordo, forse un vomitorium visto quanto ci stiamo ingozzando. 
Quello che mi fa fermare vicino alla porta del fumoir è una voce. Maschile.
Ma quello non è Luca, il testimone di mio marito? Ah, è assieme a Paolo. Sto per allontanarmi discretamente, quando un gelo improvviso mi inchioda sul posto, costringendomi ad origliare.
Dopo alcuni minuti mi allontano velocemente e silenziosamente da quel corridoio. Uscita in giardino mi trovo un posto nascosto. Dopo essermi accertata che non ci sia nessuno nei paraggi, guardo il cellulare e mi chiedo se avrò il coraggio di riascoltare ciò che ho appena registrato.
Faccio un respiro profondo e cerco il file. Lo riascolto diverse volte, fin quasi a saperlo a memoria. Una strana nausea mi stringe lo stomaco.
Dopo diversi minuti di bestemmie degne del peggior scaricatore di porto e una serie di calci ben assestati ad un cespuglio, mi dico: “Pensa, Bea, rifletti”.
Cosa provo in questo istante? Sconcerto. Questo è poco ma sicuro. E rabbia. Come hanno potuto?, mi chiedo, stringendo i pugni.
E adesso che devo fare? Misuro a grandi passi il mio rifugio e mi accorgo che la soluzione è una e una sola.
Appena presa la decisione, una calma soprannaturale mi spinge a rientrare in sala, ad affrontare il mio destino. Ho un piano in mente.
Se devo andare a fondo io, ci andrà anche Paolo.
«Amore! Dove sei stata? Ti ho cercata dappertutto!»
«Ti ho preparato una sorpresa che ti piacerà moltissimo! Vedrai, vedrai…» faccio un sorriso a trentadue denti e dalla faccia che fa lo stronzo devo risultare convincente al punto da non destare alcun sospetto.
Appena ci sediamo mi immergo di nuovo nei miei pensieri. Come diavolo è che non ho capito niente?! Sto con lui da un milione di anni circa, lo conosco come le mie tasche! E invece, il giorno del mio dannatissimo matrimonio, scopro che le “tasche” in questione sono bucate, dato che mi è sfuggito un piccolo, grande particolare.
Un cameriere mi piazza davanti una magnifica aragosta adagiata su un letto di insalata. Lo stomaco fa una capriola ma poi mi dico: “Perché no? Mi godrò questo pranzo fino all’ultima maledetta fetta di torta!” e, stranamente, l’aragosta è buona. Anzi, divina.
Dopo poco mi scuso con Paolo e mi avvio verso il cameraman che sta riprendendo parenti sbrodolanti e gatte morte a caccia di mariti. Gli sussurro delle istruzioni e, accertatami che il ragazzo abbia capito, mi dirigo poi verso il dj. Gli mostro il telefono e, dopo poco, il file è stato riversato sul pc di quest’ultimo. Infilo le cuffie e ascolto per pochi istanti. L’audio è perfetto. Svolta questa parte del piano, torno a sedermi: ci sono dei deliziosi asparagi che stanno attendendo di essere gustati.
«Sei felice, amore?»
«Certo, Bea. Abbiamo coronato un sogno che ha fatto la felicità di tutti. Guarda mia madre com’è contenta! A proposito, sono curiosissimo di sapere che sorpresa mi hai fatto!»
«Porta pazienza, Paolo, tutto a suo tempo.» concludo enigmatica.
E intanto la giornata prosegue la sua folle corsa verso una catastrofe assicurata. Parlo, ballo, canto, rido, scherzo, mangio e bevo. Mi comporto come un’oca giuliva, ma intanto il mio cervello registra tutto. Ogni sospiro, occhiata, grattata, sussurro, risatina. Nulla mi sfugge.
Il mio bicchiere del vino è costantemente pieno, ma sono ore che bevo solo acqua: per quello che ho in mente, occorre che io sia estremamente lucida. Quando mi sento pronta per affrontare la fossa dei leoni, mi alzo e mi dirigo verso la pedana del dj. Con un cenno discreto chiamo anche il cameraman.
Afferro il microfono e, mentre il dj sfuma la musica, sorrido. È arrivato il momento delle rivelazioni:
«Oggi, cari amici e parenti, sarà un giorno memorabile per me e Paolo.»
Dal suo posto, Paolo sorride rilassato.
«Sarà davvero memorabile, amici, soprattutto per i miei suoceri, a cui brindo in maniera particolare.» e alzo con perfidia il calice verso di loro, che fanno lo stesso.
«Oggi, infatti, sono stati celebrati due matrimoni: uno d’amore e l’altro di ipocrisia.»
A quest’ultima parola molta gente aggrotta la fronte.
«D’amore perché io credevo che Paolo mi amasse. Di ipocrisia, perché, dopo otto anni assieme, scopro che non è mai stato così. Pertanto non intendo rimanere sposata per altri cinque minuti con un bugiardo. Potrete venire a ritirare i vostri regali fra 15 giorni, quando tornerò dal mio viaggio di nozze.»
Un gelo pesantissimo cala su tutti gli ospiti, mentre la gente si volta a fissare un Paolo incredulo e mortalmente pallido. Sussurri concitati percorrono la sala.
«Voglio condividere con voi quello che ho scoperto poche ore fa. Di cattivo gusto, come le persone che hanno architettato il tutto: i miei suoceri, Paolo e il carissimo amico Luca.» faccio un cenno al dj, allibito, il quale manda il file.
Luca: «… averlo fatto?E io, allora? Non conto niente per te?!»
Paolo: «Fra noi non cambia assolutamente nulla! Questo matrimonio è una farsa! Sai bene che non mi è mai fregato né di Bea, né di altre donne! Poi come potrei mai amare una con le caviglie grosse e che russa disgustosamente la notte? Tra l’altro a letto è deprimente!»
Luca: «Taci! Come puoi credere che io non soffra quando tu parli di quella tua orribile mogliettina etero?! Quella vecchia stronza di tua madre lo avrebbe accettato se tu solo ti fossi imposto anni fa!»
Paolo: «Non parlare così di mia madre! Te lo proibisco!»
Luca: «È colpa sua se siamo infelici! Quella vecchiaccia malefica mi odia!»
Paolo: «Sai benissimo che i miei sono vecchio stampo!»
Luca: «Certo! Sposarti con Beatrice è giusto! Tutto per l’apparenza, no? Poi nel tuo privato mammina ti permette di stare con me! Vecchia ipocrita…»
«Grazie, può bastare così.» faccio fermare il file, mentre in sala la gente è ancora stordita. Paolo ha una mano sugli occhi, mentre i miei mi guardano increduli, per poi fissare, a turno, i genitori di Paolo e, per ultimo, Luca.
«Io e le mie… caviglie grosse ci associamo cordialmente al pensiero di Luca nei confronti della mia ex suocera. Per quanto riguarda te, Paolo, anche tu a letto sei sempre stato una mezza sega, ora capisco il perché.»
Le mie parole sferzanti, seppur dette con pacatezza, colpiscono come una mazzata. Il silenzio cristallino viene rotto improvvisamente dallo zio Arturo che, allibito e inferocito, si alza e molla un cazzotto sulla bella faccia di Paolo. Da quel momento si aprono le danze, in senso metaforico. Mia madre afferra la mia ex suocera per capelli e la prende a schiaffi.
Dopo poco il parapiglia diviene generale. Con suprema indifferenza verso i sentimenti altrui, di cui non mi frega molto in questo istante, mi godo lo spettacolo della faccia offesa e sbigottita della mia ex suocera quando mia madre, incitata da zio Arturo, le getta in faccia un bicchiere di vino. Davvero impagabile.
Poi mi incammino verso la stanza messaci a disposizione. La farsa è finita, voglio levarmi di dosso un abito che è stato insudiciato dalle menzogne.
Sto soffrendo? Non precisamente. Ero troppo abituata alla presenza di Paolo, quindi non è che mi si stia dilaniando il cuore. Sotto sotto devo aver sempre saputo che Paolo fosse omosessuale. Non gli ho mai letto passione negli occhi, né quell’urgenza di fondersi con la mia pelle. Non so spiegarmi, ma sentivo che mancava qualcosa.
Cambiata di tutto punto, afferro il mio trolley e mi dirigo verso la sala per sparare l’ultima, perfida cartuccia.
Mmm, niente sangue o coltelli in vista, i camerieri sono stati solerti a far sparire le posate. Peccato. Una forchettata ben assestata sulla mano di mia suocera non mi sarebbe dispiaciuta, ma nella vita non si può avere tutto.
Noto con soddisfazione che Paolo ha un vistoso occhio nero, mentre Luca ha una mascella gonfia. La fidanzata di Luca viene tenuta a distanza, ma se uno sguardo avesse potuto uccidere, Luca sarebbe morto da tempo. La mia ex suocera ha i capelli sfatti e il trucco sbavato, mentre il costosissimo abito in seta è tutto bagnato e macchiato ad altezza seno. Sembra presa da un attacco di lattazione furiosa, tranne che dal suo seno stilla vino, anziché latte. Il padre di Paolo è seduto e si guarda affranto i piedi.
Hanno perso tutto in un attimo: faccia, privacy e sessualità filiale, sbandierata ai quattro venti senza alcuna pietà da quella che credevano essere una nuora perbene.
Sensi di colpa? Niente affatto. Mi hanno preso in giro per otto anni, cazzo. Non mi chiamo certo Madre Teresa di Calcutta io.
Il direttore della sala ricevimenti tenta di calmare gli animi, ancora esagitati. I miei genitori gli stanno parlando concitatamente.
Nessuno mi ha ancora notata, quindi la mia voce tranquilla è come uno sparo nel buio:
«Sarà risarcito di tutti i danni, non si preoccupi. Faccia una stima e gliela mandi. Così come la fattura relativa al pranzo. Quanti eravamo?» fingo di pensarci su, «Centocinquanta o vado errato?» e sorrido glaciale.
I miei ex suoceri, i quali sembrano sul punto di svenire o di avere un infarto, mi guardano quasi con disperazione.
Poi sorrido angelica al direttore: «Potrei avere la torta avanzata? Grazie, era buonissima.»
Tutti mi fissano come se fossi un marziano e a me viene quasi da ridere. Quando un cameriere mi porta il vassoio con la torta, mi volto verso il direttore:
«È stato tutto eccellente. Ora devo scappare, sa, fra meno di 24 ore mi aspetta il Kenia.»
Così, trolley alla mano, mi avvio verso l’uscita fra un’ala di parenti ammutoliti e che, scommetto, non dimenticheranno mai il mio matrimonio grottesco.
Non mi volto a fissare Paolo o la sua famiglia. La mia vendetta è completa.